Una panchina nella piazza azzerata

Una panchina nella piazza azzerata
Un tempo, rapparagal e marsiano furono agenti segreti al soldo di Napoleone. In un’occasione, vennero spediti in Italia. Alloggiarono due giorni e due notti a Villa Manin, dove ricevettero l’incarico di verificare se da quelle parti vi fosse una cittadella dotata di piazza adatta allo svolgimento di un qualcosa che ricordasse il Palio di Siena. La missione non si presentava particolarmente agevole. Il còrso si era messo in testa di competere con quella straordinaria manifestazione, unica al mondo, per fare dispetto a qualche Granduca toscano e soprattutto fargli capire chi era che comandava in politica, arte militare e agonismo.
Bene. Il terzo giorno i due lasciarono la Villa e partirono in Peugeot (alla guida marsiano) per perlustrare i dintorni. rapparagal si camuffò da kello, marsiano si applicò i baffoni.
Non fu un lungo viaggio. Fecero un’unica sosta, alla locanda “La Belle Allure” (detta in codice “Chez la Coupe”, trattandosi forse di un bordello, almeno in parte, quella superiore) per rifocillarsi e far riposare la vettura. marsiano consumò una ricca spremuta di arancia e rapparagal un decaffeinato lungo. Non si appesantirono, malgrado le lusinghe al bancone.
Per non destare sospetti, discorsero della locandiera, commentando a voce bassissima, pur senza fare allusioni. La prudenza non era (come non è tutt’oggi) mai troppa.
Quindi si rimisero in marcia, finché raggiunsero i sobborghi di una vicina cittadella. Occorreva parcheggiare la vettura in modo da non violare le regole della viabilità. Con esposizione di disco orario, era consentita una sosta di un’ora e mezza. Non un minuto di più. Le stradine pullulavano di gendarmi austriaci, di quelli che non scherzavano – o, se scherzavano, lo facevano con intenti perfidi, per scoprire l’identità di eventuali spie napoleoniche.
Un’ora e mezza. Chissà se sarebbe bastata.
Si inoltrarono per le viuzze, attraversando una Manin Strasse (curioso…), senza altri punti di riferimento, guidati da intuito e speranza. Il cielo basso, grigio, minacciava pioggia.
Non dovettero camminare a lungo: ai loro occhi si presentò quasi subito uno spiazzo enorme e orribilmente spoglio, fatta eccezione per una panchina di pietra, sulla quale si accomodarono senza indugi.
Osservarono e studiarono la situazione. Ci sarebbe stato molto da fare, in quella sorta di piazza, per realizzare le ambizioni di Napoleone. Forse tutto. (Panchina esclusa).
Ci sarebbe stato da portare la terra per ricoprire l’anello, disse marsiano.
Probabilmente, sottolineò rapparagal, Napoleone avrebbe gradito che la piazza venisse ornata di palme fatte arrivare dall’Egitto.
Fecero altre riflessioni. Ma la principale verteva su una questione non da poco: la piazza, all’osservatore anche distratto, appariva nel suo complesso pressoché inesistente. Ossia delimitata dal nulla. Ancora un’eccezione: un orologio gravitante in cielo che indicava le ore sette pomeridiane meno dieci minuti. Ciò significava che non bisognava dimenticarsi del disco orario.
A marsiano tutto ciò pareva impossibile. Disse: “Voglio sincerarmi che ci troviamo in una piazza e non in qualcuno dei nostri sogni”.
“Che cosa vuoi fare?” gli chiese rapparagal.
“Imbocco quella laterale” – e indicò – “per vedere se da qualche parte c’è anima viva che mi sappia dare una risposta convincente”. E con lestezza si incamminò.
Cadde qualche inoffensiva goccia.
La missione di marsiano fu brevissima. Si sedette sulla panchina e con sconsolata ironia riferì al compagno: “Ho fatto la figura di un uomo di altri tempi”.
“Sarebbe?”
“Subito dietro l’imbocco c’è un’edicola, e sulle gazzette esposte ho letto la data di oggi…”
“Capisco…” fece tristemente rapparagal, mentre davanti alla panchina transitava un uomo del tutto simile ad Andreotti.
Il luogo si animò un poco. Passò anche una fanciulla dai seni discreti. Sparì e poi riapparve.
Una carrozza con a bordo due gendarmi austriaci fece mezzo giro di piazza. E intanto il tempo passava. Prima, però, una luce si aprì fra le nuvole, scongiurando la temuta pioggia e rischiarando la ricca e compiuta architettura che adornava il cerchio della piazza.
L’orologio, incastonato in una torre, forse di una chiesa, segnava le sette pomeridiane.
L’uomo con la gobba riattraversò la piazza, reduce da una commissione in farmacia. Altre donne esibirono le loro figure.
Sul lato opposto rispetto a quello della panchina, si vedevano spiccare due enormi scacchiere, una per gli scacchi e una per la dama.
rapparagal chiese: “La nostra missione è da dirsi fallita?”
Commentò marsiano: “La sensazione di libertà grazie ai grandi spazi della piazza, in perfetto stile urbanistico napoleonico, che sarà sì un po’ vuota, ma proprio per questo non è opprimente, e poi il piacere di stare in compagnia all’aria aperta, il piacere di scampare alla pioggia, dimenticare per un attimo i pensieri, vedere gli Andreotti che passano affannandosi, forse, ma non troppo, secondo le proprie possibilità atletiche, insomma, per andare a comprare qualcosa, probabilmente in farmacia”.
“Ma la nostra missione?” insisté ansiosamente rapparagal.
“Ci procureremo qualche gelato per strada, prima di tornare a casa, per anticipare ogni possibile accusa di negligenza”.
E i due agenti di Napoleone si alzarono dalla panchina; uno dei due disse all’altro: “Reggimi, spalla della mia vecchiaia”.
(I grow old… I grow old…
I shall wear the bottoms of my trousers rolled
).

marsiano & rapparagal, maggio 1804.

4 thoughts on “Una panchina nella piazza azzerata

  1. marsiano il said:

    ora che ci ripenso bene l’edicolante era senza un braccio ed una gamba (“forse un reduce di Marengo”, pensai), ma notai che, dopo avermi detto con malinconia che quelle riviste non esistevano piu’, gli stava sparendo anche un orecchio.

    • rapparagal il said:

      questa non la sapevo. Ma meglio non raccontarla al còrso, sennò ci fa una ramanzina con le lacrime agli occhi. (E magari si insospettisce della versione mondata).

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