Come finsi la guerra

Fuffole al tattoofono

Come finsi la guerra Fuffole al tattoofono
Una bella tattoofonata tra Laika e Cucoldo Rollinstone in un’immagine dallo stile essenziale. “Niente sfumature e altri orpelli”, tiene a precisare rapparagal. Che aggiunge: “La mano sinistra della rigazzina non significa un saluto, ma non sapevo dove cacciarla”. La destra – commentiamo noi – è essenziale in quanto potrebbe nascondere il tatuaggio invisibile, che, per altro, si troverebbe sulla nuca o da quelle parti; (non) notevoli i pochi altri tatuaggi color pelle, e perciò anch’essi genialmente invisibili. Mah…

PREMESSA – Con chi abbiamo a che fare: Laika Rollinstone è un’adolescente come tante (Generazione Why, quella assetata di tecnoconoscenza e non fatta per viver come brutta, perciò si tatua). Ha un faccino che ricorda Kristen Stewart, che poi è anche il suo role model, specie per la voce sottotraccia. Ha un buon rapporto con il padre, Cucoldo Rollinstone (detto dalla rigazzina anche cooky o pappo), con il quale comunica esclusivamente tramite tattoophone (o tattoofono, un cellulare monocellulare impiantato in un tatuaggio non visibile) oppure appioppandogli dei “like” (o “dislike”, quando li merita) sul suo profilo social. Quando è di cattivo umore, glieli appioppa di fronte (ma tramite photoscioppaggio su Instafaccia, per non fargli del male, dato che gli vuole abbastanza bene).
Nei suoi disparati profili social, Laika si fa chiamare con un’infinità di nix, perché tutto sarà, ma non scema. Cucoldo non ha profilo sociale; quello social glielo ha creato la figlia, nicknameandolo Gaga Rin-tin-tin, in segno di gratitudine per averle insegnato molte cose sull’astronautica, gli ufo e i vecchi fumetti. Cucoldo le ha insegnato molte altre cose, spesso inascoltato, ma continua a essere il punto di riferimento culturale della ragazzina, che frequenta una scuola medio-superiore devastata dall’incuria e dalla furia degli elementi che di norma sfuggono al controllo governativo (pioggia, vento, neve, carta igienica) e con pochissimi like.
La madre di Laika, Unlaika Vergin, è la donna dai peli di cristallo (rispetto alla quale Cucoldo non ha peli sulla lingua, specie quando ne parla con la figlia). Dati gli impegni della genitrice, donna tanto di mondo da essere affetta da (per dirla in inglese) “socialite” (che non c’entra con l’essere social – ma qui il discorso, se approfondito, si complicherebbe, e pertanto non è il caso), i loro rapporti sono assai conflittuali.
Se mai un giorno finirà la scuola (o la scuola finirà), Laika dedicherà la vita allo studio del virus della socialite in un’università americana, entrando a far parte dell’America e della nutritissima schiera dei tatuati moderati in fuga.


La tattoofonata.

“Pronto, pappo. Ciao, ’me butta?”
“Ciao, Laika… Ti ho mai raccontato di quando trovai tua madre a letto con un altro?”
“Aò, ma è una fissa, questa, densa proprio… Eddài…”
“Mica che ora mi dislaiki?”
“No, niente paura… Piuttosto, ti volevo fare una domanda”.
“Spira”.
“Cooky, tu hai fatto la guerra?”
“E quale guerra?”
“Una guerra qualsiasi qualunque”.
“No, ero troppo piccolo”.
“È per questo che non ti hanno preso a fà ’a guera?”
“No: ero troppo piccolo di età”.
“Ma non hai proprio fatto nessuna guerra niente?”
“Ma quale guerra?”
“Non so… quella der Kuvài, toh…”
“Ma non potevo…”
“Eri troppo piccolo?”
“No, è che… che non potevo perché non ero mica americano…”
“Ah, che peccato… Ma nun potevi diventà americano?”
“Ma che dici, tesoruccio, come facevo a …”
“Ma che te fregava…Tu dicevi: io voglio essere americano”.
“Ma sono nato in Italì, cara”.
“Embe’? Nun ce stanno li confini aperti, spalancati, proprio, in tutto sto globalismo, e tutto che uno entra, esce, rientra quanno che je pare e piasce?”
“Appunto. Noi, tanto ma tanto tempo fa, siamo entrati in Europa, nati, oserei dire, e cresciuti, non certo in America”.
“Ma tu dici che magari un giorno, così… entreremo anche in America?”
“Mah, chi lo sa… Forse, in un non certo immediato futuro…”
“E allora tu sarai americano?”
“Oddio, benché l’ipotesi sia remota eh eh… Sì, potrò essere americano”.
“Ma anch’io, allora, sarò americana?”
“Beh… certo…”
“Sicché io potrò andare al campus e tu a fare la guerra?”
“Oddio dio, in teoria…”
“E me ce porterai puro a me?”
“Ma non hai detto che andresti al camp… Ehi, frena! La guerra non è una cosa da ragazzini…”
“Però io sarò grande per allora… Sarò una donna grande ammerecana uanaghenà…”
“Questo è vero… Le donne adulte possono ormai prestare servizio militare ovunque: America docet. Tuttavia…”
“L’America ’ndò che?… Lassa perde. Io vojo fa la guerra, con te, non il servizio militare!”
“Nondimeno, dicevo: i padri non vanno mai in guerra con le figlie (e nemmeno con i figli, se è per questo)…”
“E ’ndò sta scritto? Tu conosci qualche figlia americana che nun j’hanno fatto fà la guerra con su’ padre, cooky?”
“No, personalmente no; ma ciò non prova niente”.
“Ho capito. Tu vuoi lasciarmi a casa (se fa pe’ ddì…) a litigamme co’ mamma e andare egoisticamente in guerra da solo…”
“E va bene, Laika, hai vinto tu. Io non te lo volevo dire, per non impressionarti eccetera, ma io la guerra l’ho fatta!”
“Ahhh, vedi? Me lo sentivo io. Mascarzone d’un cooky! E che guerra hai fatto?”
“La… La guerra del… cioè, dei cent’anni…”
“Ma che stai a dì? Se c’avrai massimo massimo 50 anni…”
“Beh, chiaro, ne ho fatto un pezzetto… Due mesetti… Però mio padre Bobbodillo ne fece 18 di mesi, e suo nonno Micogiaggo due anni e rotti; suo padre Chitto cinque anni, e il padre di Chitto arrivò a sei anni, mentre suo nonno…”
“Ammazza! Ce n’hai de armadi negli scheletri… E dimmi: sto pezzo de guerra l’hai fatto in Europa o in America?”
“In Europa, ovvio”.
“Sempre pe’ quer fatto de cui sopra?”
“Esatto… Ma quale fatto?”
“Lassa perde… e li nonni, bisnonni, bisavoli e compagnia bella? Dove l’hanno fatta?”
“Oh, un po’ qua e un po’ là… Sai come siamo noi Rollinstoni 1… Non ce ne stiamo mai con i piedi in mano…”
“Che bello! E tu, ’a guera, l’hai vinta o l’hai persa?”
“Io?…”
“E che, io?”
“Pareggiata”.
“Manco ai rigori siete annati?”
“Caspita, certo che sì, ma siccome veniva giù che Dio la mandava, l’arbitro della guerra – che, quando si dice la combinazione, si chiamava anche lui Cucoldo – l’ha sospesa, ché il campo di battaglia era impraticabile”.
“’A pappo, già che ce sei, me spieghi sta faccenda de Dio?”
“Scusa ma non ho campo, adesso”.
“Ammazza, cooky. Mo’ faccio un tema de te che hai fatto la guerra dei cent’anni e che nun hai campo pe’ Dio”.
“Laika, Laika, aspetta, che mi è tornato il campo!”
“Ma mo’ l’ho perso io. Ce sentiamo. Sciao!”
“Eh?”


1 Per il plurale, vedi premessa.

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