Lieta fine

Le buone notizie creano un imbarazzo da lieve a insostenibile

Lieta fine la caduta

Sono caduto, privo di senso, per terra; più esattamente: sono caduto, venendomi a trovare lungo disteso sul filo dell’orizzonte.
Solitamente evito la strada (questo orrendo azzardo), temendo l’urto dei passanti, temendo la caduta e una non improbabile brutta fine.
Tuttavia, presuntuosamente, oggi ho violato la regola, prendendo a passi lenti una strada, una volta accertatomi che in giro non vi fosse anima viva.
Per un insolito numero di metri il percorso non mi ha riservato sorprese. Poi, d’improvviso (e che? – mi sarei forse chiesto più tardi – forse nel corso di un secolo?) ho sentito mancare qualcosa, che su due piedi stentavo a definire. Per forza: quello che mi mancava – credevo – erano i piedi, la loro funzione di appoggio (se così si può dire, e se non si può, pazienza).
In parte mi sbagliavo. Mancava la strada (ben presto ne ho avvertito l’assenza) e mancavo io stesso, questa l’impressione.
Avevo già inteso dire da qualcuno “Mi sono sentito mancare”, o/e anche “E ho perso i sensi – cadendo”.
Per amore o disamore della precisione, per onestà o disonestà intellettuale, ho dovuto però riconoscere, in tempo brevissimo, di essermi visto mancare e simultaneamente – o quasi – ho ammesso a me stesso di aver perso il senso.
Mi sono osservato cadere a faccia in giù sul filo dell’orizzonte, che, fino ad allora, ritenevo una povera ma conveniente metafora.
Alzando prudentemente il muso e voltandomi con fatica su un fianco, ho assistito allo spettacolo della mia caduta, come ad una replica – mi è parso – e tanta pena ho sofferto a sostenere quello spettacolo d’orrore.
Eppure ho allungato il braccio, tastando il filo dell’orizzonte, con cautela, nel timore che quel filo finisse per avvinghiarmi tutto, in una trappola definitiva. Ho ritirato il braccio dal filo dell’orizzonte e sbattendo di nuovo il muso contro qualcosa che mi stava sotto – e non poteva essere la superficie di una strada, i suoi sassi taglienti o l’asfalto nascosto sotto la polvere – ho ripreso quella posizione, disteso prono, affondando il muso nel mio fiato pesante. Ho creduto, inoltre, di essere diventato cieco.
Evidentemente non era così, perché ho assistito nuovamente alla mia caduta, che solo allora ho capito essere priva di senso. Semmai esistevo – ho pensato vergognosamente – ero io stesso privo di senso, e ho così attribuito quella discutibile supposizione non tanto ai postumi della caduta quanto alla mancanza di un senso generale, che, probabilmente, coinvolgeva tutto.
Disgraziatamente, in quel momento – o forse qualche momento dopo – ho avvertito sopra di me, a lato, la presenza di un passante malevolo, che, chinatosi sul mio povero me, ho giudicato semplicemente diabolico. Non sarei arrivato a un giudizio tanto grave e ad un tempo sconsiderato, se costui non mi avesse sfinito con le sue domande: che cosa mi era successo? avevo bisogno di soccorso? perché mi trovavo sulla sua strada? E via dicendo.
Lo ho ringraziato, facendogli cenno, col braccio dolorante, di andarsene. Lui si è rialzato e io l’ho sentito allontanarsi. Quella sì che è stata una benedizione. Perché finalmente ho potuto voltare nuovamente la testa nella direzione in cui ero certo avrei visto l’orizzonte, e soprattutto il suo filo.
Penando e contorcendomi come un verme, infine tanto sforzo è stato premiato: ho visto quel filo immobile e inoffensivo, in prossimità del quale avveniva la mia caduta, provocata dal peso di quanto gravava sopra l’orizzonte, il cui filo, disegnato per sostenere una sua eventuale rovina, era molestato dalla mia mano che annaspava priva di senso.
Questione di un secondo o di cinquant’anni, ogni cosa ha risucchiato (se così si può dire; sennò pazienza) se stessa nel proprio senso finale.
Tutto si è svolto nel modo più lieto che si possa immaginare. Evoè evoè.

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