L’Ordine dei Medici

Il segreto del Dr. Terlìss

L'ordine dei medici Il segreto del Dr. Terlìss
Nella beata immaginazione del grafico di maniera Peter Tummyache (ultimamente tende ad allargarsi) il volto del dottor Terlìss pare assumere le vaghe sembianze di E.G. Robinson. Per forza: l’immagine è una scopiazzatura bell’e buona di un poster di un non molto celebre film interpretato dall’attore americano di origini rumene. Gli elementi simbolici che pretendono di riassumere il segreto del medico si “ispirano” ancora una volta (e malamente) a certa cartellonistica cinematografica anni Sessanta (del XX secolo).

Chi di noi e/o di voi non ha mai usato l’espressione “Non me l’ha mica ordinato il medico”? Noi no, perché ci pare abusata. Voi sì, vero? Perché questa presunzione di immunità da un ordine impartito da un medico? Prima o poi un medico vi darà un ordine, anche sotto forma di consiglio spassionato. Credeteci: le madri dei medici che vi daranno un ordine non conoscono il termine “contraccezione”. (Per questo esse non fanno i medici, ma fanno i medici).

Il medico che vive per rispettare ossessivamente il giuramento di Ippocrate a suo tempo prestato, segue una precisa prassi nei confronti del proprio paziente: inizia con un consiglio dal tono liberale; in un secondo momento, quando si rende conto che non vi siete attenuti al suo giudizio professionale in merito a una vostra data magagna, il tono liberale del consiglio lascia luogo a una discreta perentorietà. Alla vostra terza mancanza (“Be’, a dire il vero un cinque sigherette al giorno…”), l’ordine è seccamente perentorio, impartito senza fronzoli e sorrisi, a muso duro, con cattiveria, disprezzo, odio, perfino: “Lei deve smettere di fare questo e quest’altro, ne va della sua salute!”
Voi vi intimorite. Ma con l’ambulatorio alle spalle, lontano dagli occhi e dal cuore, persistete nella devianza, e non in modo occasionale.
Questo manda in bestia il (vostro) medico, allorché – e sono quattro volte: in certi Paesi, alla quarta ripetizione di un reato, si può finire al capestro, sulla sedia, con l’ago in vena – scopre con quanta e quale sfacciataggine lo menate per il naso, per giunta accampando presunte scusanti, quei discorsi da fico secco, da cavolo a merenda, da nullicefalo, che andranno moralmente e verbalmente impuniti se pronunciati (con vanto, capita) coi vostri compagnoni al bar, ma che al dottore non li raccontate nemmeno in sogno senza subire una agghiacciante reprimenda. Costui, se vi va bene, si limiterà a dirvi di uscire dal suo studio e di non farvi vedere mai più. Se vi va meno bene, egli userà la minaccia; se necessario, estrarrà da un cassetto una .38 e puntandovela alla tempia, digrignando i denti e facendosi schizzare la pressione alle stelle, vi dirà: “Fuori di qui altrimenti ti faccio saltare le cervella. Poi magari finirò in galera, ma non verrò meno al giuramento di Ippocrate”.

Qualcosa di simile, agli albori della medicina postmoderna, accadde alla famiglia Perborato 1, la quale, oltre a disturbi gastrici rilevanti, apnea notturna, diarrea alternata a stipsi e altri disordini minori, lamentava in blocco curiosi dolori agli arti inferiori. Famiglia di antico stampo patriarcale, di una mai chiarita ascendenza mista padano-ispanica, dominata – al tempo in cui si svolge il nostro racconto – da Ciusman Perborato, quando le sofferenze agli arti bassi (chi la gamba destra, chi la sinistra, chi – come il nonno 88enne, gonfio, il corpo solcato da venature trombotiche, ornato di bozzi e croste d’ogni genere – entrambe ecc.) cominciarono a rendere assai improba l’attività motoria a nessuno escluso, Ciusman decise che, “senza andare tutta la ciurma dal dottore, che poi il paese ci ride dietro e ci emargina per l’eternità, con già le brutte voci da tempo sparse sul nostro conto”, si sarebbe recato lui solo dal medico a “rappresentargli” quel brutto malessere, che lui non capiva perché si era “messo lì a tormentarlo”, e, avuto un responso, avrebbe lui stesso provveduto a somministrare a tutti i parenti le cure che – lui ben sperava – il dottor Terlìss (ai tempi un pioniere della medicina di base, uomo di razza e fibra austroungarica, dal volto sereno, dai modi benevoli, benché i suoi tratti non raramente si indurissero di fronte al testardo e non fosse restio all’uso della .38 quando giudicava darsi il caso) gli avrebbe prescritto.
Sicché, quando Ciusman ebbe rappresentato con linguaggio colorito – a tratti dal costrutto arduo ma che il medico, conoscendolo da anni, sapeva dipanare – la sua afflizione alla gamba sinistra, il dottore non stentò a rilasciare una diagnosi senza appello. Data la conoscenza del suo pollo, il Terlìss, da accorto cerusico postmoderno, risparmiò al disgraziato la paternale sulla sua smodatezza nel nutrirsi in modo e di cibo selvaggio, sul suo indulgere incontrollato al fumo, sul suo attaccamento alla bottiglia, piuttosto che 2 al bicchiere, ostacolo che frammenta in inutili tappe e pause la sana e fluviale bevuta. Finse con se stesso di dare per scontato che il paziente si sarebbe contenuto nelle libagioni pericolose e gli spiegò che la sua condizione era dovuta a un capriccio vertebrale, quasi certamente non congenito, ma sviluppatosi per cause disparate, in particolare lo scarso moto e l’abitudine, aggravata da menefreghismo e persistenza, a posture inadeguate. Il medico fu molto circostanziato col Ciusman, parlò e lungo e difficile, di claudicazzio inter-qualcosa (al Perborato, curiosamente, rimase impressa solo la seconda parte, che più tardi, a casa, non riuscendo comunque a decifrare la cacografia del referto, riferì come Intermilan), L4, L5, L6, eruttò un tal numero di parolazze e numeri (ma erano numeri? si chiese rintronato la vittima della conferenza), che al paziente il testone già abnorme parve gonfiarsi. E dire che un “Magari sarà il tempo, l’umidità” lo avrebbe soddisfatto.

Ciusman Perborato fu trovato riverso in una pozza di sangue, con una .38 in mano, un anno dopo. Il medico di famiglia gli diagnosticò un suicidio. Terlìss stesso refertò la medesima morte ai rimanenti membri della famiglia che, dopo averlo assillato per anni con urtanti lamentele e aver puntualmente ignorato i suoi suggerimenti per far la vita meno amara, si fecero silenziose (ma in qualche caso anche vocali e pubbliche) beffe del loro curante, finché un’improvvisa, apparentemente contagiosa depressione li portò, uno dopo l’altro, all’autosterminio per arma da fuoco.
Il medico mitteleuropeo visse e praticò fino all’età di 94 anni. Ebbe anche modo di visitare tre volte la casa-museo di Freud 3 in Berggasse 19 a Vienna.


1 Con sentenza del Tribunale di ***, ottennero la cancellazione di parte del cognome, in origine Perborato-Stabilizzato. La richiesta di mutilazione di quel fardello chilometrico è comprensibile se si considera che, già pigri di penna per natura ed educazione, ai membri della famiglia, sovente chiamati a firmare maree di documenti e scartoffie come imponevano le regole burocratiche in virtù della loro attività (che non sveleremo in ottemperanza ai comandamenti della Privatezza), quelle sfacchinate scrittorie erano venute alla gola. Pensate alle sofferenze patite dalla moglie di Ciusman, Esmaragda Lopadotemajosmalesuada in Perborato-Stabilizzato, ogni qualvolta la sua mano doveva condurre la penna per quell’infinito itinerario.

2 L’espressione, qui, è corretta, niente a vedere con sapete bene cosa.

3 Che si limitava a leggere per mero diletto, come rapparagal legge Sofocle, badando alle frasi che fanno effetto al cuore, quali “nessuno vuole bene ai nunzi di disgrazie”.

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