D’AleMarx

La guerra lampoon del nipote Marx

Ma chi, se gridassi, mi udrebbe dalle schiere
degli Angeli?

D'AleMarx La guerra lampoon del nipote Marx D'Alema
A nostro avviso, D’AleMarx potrebbe (ma in fase surreale “Groucho”) esibirsi nel numero dei cosiddetti “indici tesi a”. Verdone, siamo certi, non gliene vorrebbe, anche perché si tratterebbe di un avanzamento, più che di una variazione sul tema.

A nostro avviso, D’AleMarx potrebbe (ma in fase surreale “Groucho”) esibirsi nel numero dei cosiddetti “indici tesi a”. Verdone, siamo certi, non gliene vorrebbe, anche perché si tratterebbe di un avanzamento, più che di una variazione sul tema.Prima cosa: non Karl, che c’entra Karl? Vedremo di capire.
Seconda: fuor di sciocca e satura satira (ché oggi lo è diventata per definizione, per non parlare di quella aggravata dall’aggettivo “politica”), diremo in tutta onestà intellettuale, sincera ammirazione e sorpresa fino a un certo punto (già nel ’94 parlava dell’uomo con la calza in testa suscitando l’incontenibile ilarità del pubblico elettorale) che la verve umoristica di Massimo D’Alema (e sottolineiamo come essa tenda sempre di più a un umor nero, quello che piace a noi) e la comicità che da questa si sprigiona per una (riteniamo) innata capacità di corroborarla con l’aiuto di un’espressività ignota nei secoli (composta nei gesti, percepibile in minimi atteggiamenti del volto ma significativi più di mille smorfie cui ricorre il comico – o il satiro – professionale quando gli argomenti vanno in riserva), sta diventando – ironicamente – qualcosa da prendere sul serio.
Analizza questa: nel corso di un dibattito tenutosi recentemente (se non si va errati, nell’ambito di una reale Festa dell’Unità virtuale), D’Alema non ha potuto risparmiare un fulminante, stordente, accecante rimprovero al “moderatore” (un derivato di giornalista la cui ambizione è pari solo alla sua evanescenza) che, a una domanda piena di presunti trabocchetti, lo invitava a esprimersi “pure liberamente”, promettendo che, semmai, gli avrebbe fatto da scudo e da garante in quella difficile sede, insomma. Con un guizzo degno di un Totò in borghese, Massimo ha controbattuto con un’umiliante: “Francamente, non credo di aver bisogno di essere garantito da lei a casa mia”. Il pubblico (a dire il vero una compagine sparuta ma da zoccolo duro) è parzialmente esploso.
Lo sapevamo principe di una favella – nella sua precisione epigrammatica – caustica, impietosa, mordace, salace, scommatica, incapace di sconti alle verità mascherate, nonché ai loro ideatori e diffusori. Ma che D’Alema potesse raggiungere a età matura vette come quelle descritte (ed altre – spulciate un po’ voi – dove pochi osano), e che il suo volto potesse da solo, talvolta, contribuire alla veicolazione di tanto black humor (che imbarazza il nostro, detto “patibolare”) ai suoi uditorii, non aveva mai sfiorato la nostra immaginazione.
Volutamente negata soddisfazione al nonno Nanny, Massimo D’Alema si prende ora la sua rivincita profferendo con sempre più frequenza qualcosa di fortemente sinistro.
Noi, dopo queste parole, in questi frangenti di latitanza e/o di aspettativa degli ironici e dei comici classici, vorremmo esprimere un augurio: che, in virtù della sua figura di promotore culturale, egli desse in prima persona fresco e credibile impulso all’umorismo serio (ma nero, nerissimo), spendendosi nella sua seria, intenzionale professione 1.
Ci piacerebbe che un giorno D’Alema, dopo un tuffo nel passato, recuperasse l’eredità di Marx, inteso come Groucho, ovviamente (Karl non guasterebbe, ma è illusione e probabilmente disperata) e accogliesse in modo ufficiale fra le sue tante attività quella di castigatore (ridente) dei costumi, degli sciocchezzieri di ogni fatta, delle schiere di angeli riverginati, magari assumendo il quantomai appropriato nome d’arte di D’AleMarx. Il surrealismo di Groucho in una seconda eventuale fase.


1 Nel senso di profonda adesione all’impegno. Ma anche nel senso più comune. Il paragone è blasfemo; tuttavia, pensiamo a quei giornalisti (adalgisi) e scrittori che con tanta buona volontà (di ogni genere: di pazienza, di potenza, al fior di narciso) suppliscono alla carenza di comici di razza sostenuti da null’altro studio che quello richiesto dall’arte di arrangiarsi, per il diletto e con gli sghignazzi non sempre giustificati dei pubblici di teatro e di piazza. Totò cercava un erede, e ne sta trovando a schiere (verrebbe proprio da aggiungere rilkianamente “angeliche”).

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