Storia di un piegato

Anche se voi vi credete assorti, siete svagati perché non storti

storia di un piegato
Saltamartino Misirizzi nella duplice posizione a 90° gradi che caratterizza la sua giornata. A sinistra, indica le cose che scorge e scopre in terra. A destra, egli scruta la volta celeste (ma più sul purpureo, data l’ora violetta – come direbbe T.S.E. – della sera che incombe) malgrado l’imprevisto carico di svagati e scrocconi.

Dopo aver preso coscienza del fatto che ci sono molte più cose in cielo e in terra di quante non sogni la filosofia di maniera, Saltamartino Misirizzi, uomo di alta rettitudine e incurvabile dirittura morale, ha deciso di dedicare il resto della propria esistenza 1 all’osservazione ossessiva del suolo e del firmamento. A questo scopo ha fatto un voto; di più, ha firmato, dopo averla redatta egli stesso, una dichiarazione di intenti dalla quale non intende deviare finché morte non lo separi da se stesso. In essa si stabilisce un doppio canone postural-comportamental-esistenziale: dalle 08.00 del mattino alle 17.00, ambulazione per le vie della città piegato in avanti (90° spezzati). A differenza dei due boscaioli, nessuna fermata pranzo, consumato sempre in cammino. Dalle 17.00 e un minuto secondo alle 02.00 del mattino (in molti Paesi si preferisce – senza troppi torti – la dicitura “notte”) vagabondaggio per le strade della città piegato all’indietro (sempre a comporre una figurazione di angolo a 90°). Dalle 02.00 e un minuto secondo alle 07.00 (del mattino – su ciò vi è unanimità globale) riposo, durante il quale la duplice posizione di piegamento viene alternata di mezz’ora in mezz’ora, per non perdere l’abitudine.
Alle 07.00 e un minuto secondo, sveglia o, per meglio dire, abbandono del giaciglio per una rapida doccia, sempre a posizioni alternate: 3 minuti primi in avanti, 3 minuti primi all’indietro. Questi 6 minuti rischiano di scompigliare una suddivisione “rotonda” del tempo dedicato all’alternanza della stortura (già molti detrattori del Misirizzi la chiamano “tortura”, ma vedremo che costoro sono i medesimi che si approfittano della sua persona in modi cui accenneremo).
Niente paura: tutto si arrotonda per la frugale colazione, consumata rigidamente (resta inteso figuratamente parlando) con piegamento all’indietro: il corpo, dal bacino in giù, poggia su una seggiola concepita e realizzata da Saltamartino, in modo che questa permetta la formazione del due volte detto angolo spezzato rispetto al tavolo (più basso della seggiola) dal quale egli agguanta i nutrimenti usando semplicemente delle mani (e in ciò non pare diverso dal resto degli umani, almeno quanti fan molto trafficare con pietanze le più disparate e nocive alla salute: uova, pancette, marmellate, burri, grassi in genere, spremute di bevande micidialmente acide, caffeine e/o teine ecc.) per, mediante posate, portarsele alla bocca (rivolta – lo ricordiamo – al soffitto, insieme con la testa cui essa appartiene). La parte apparentemente più agevole è la suzione dei liquidi, che avviene tramite cannucce arcuate, ché le mani (il tempo non è gratuito) sono già impegnate dalla rasatura, evitata in bagno per non scompaginare ulteriormente la giornaliera tabella di marcia.
Marcia che inizia all’ora già precisata e secondo le modalità preannunciate. Il mondo, alle sue prime uscite, osservava stranito quella perfetta figura angolare pensando a un povero e vagabondo e straordinario storpio, al quale, caso non raro, concedeva in elemosina un soldino o due. Poi si seppero numerosi perché e percome al riguardo e la folla si intiepidì, poi si raffreddò e infine si incattivì negando ogni specie di atto di carità.
Il presunto derelitto non ne tenne conto, assorto com’era nella scoperta e nell’indagine del variegato popolo del suolo: oltre che dai suoi membri naturali (sassi, sassolini, erbe, muschi, animaluzzi minimi indaffaratissimi apparentemente al nulla, persino l’asfalto ci mettiamo), la sua attenzione era ed è tutta per fenomeni fuori di quel tipo d’ordine: cicche, scaracchi, gomme masticate e come fossili irrigidite nell’eternità, al pari di animali maggiori e talora loro parti sparse, frammenti di vetro e di metalli che un tempo dovevano aver formato chissà quali oggetti di splendida compattezza e uniformità, groppi di carte e cartine d’ogni consistenza, forma e colore, lattine fracassate con rabbia e per sfida, forse, lasciti liquidi e solidi (freschi ed antichi) di incolpevoli randagi ma anche di quelle bestiole al guinzaglio di padroni svagati, bibliche famiglie di vermi schierate a difesa di cassonetti, sostanze – sempre causa l’azione del tempo – inclassificabili ma di mali odori; e il Misirizzi, insomma, ne vede di cose che i sogni dei filosofi non accolgono. I bottoni, i fiammiferi arsi, i tamponi, i mocci, i lacci sfilacciati, un chiodo, una fototessera, un tubino soffocatore si spermatozoi (che talvolta può essere confuso con una cingomma artisticamente elaborata prima dell’espulsione), una tanica sformata dal calore solare, un piumino verdognolo volato dal portacipria, un tacco, due tacchi, una punta, una mezza suola incartapecorita, l’acquitrinoso, variopinto testimone di un eccesso alcolico notturno; spesso una monetina o una fila di monetine segna il sentiero verso un portafogli (qualcuno, da qualche parte, piange e grida) che l’uomo piegato esamina da una breve distanza, anche con la lente, se necessario, senza però raccogliere per farne preda o per un tentativo di restituzione.
Col rischio di perdere la cognizione del tempo (e di mutare piegatura), naufrago nel meticoloso studio dell’universo che sotto i nostri piedi prolifera, muta, s’espande, si arricchisce a ogni minuto secondo accogliendo in sé sempre nuovi elementi, capita che Saltamartino dimentichi completamente se stesso. È in quei momenti che membri non casuali della civiltà che vedi attorno, reduci da duri posti di lavoro e/o da resse in locali di commercio, con fare svagato e mormorando improperi all’indirizzo dell’autobus mancato, saltano in groppa – prima un battistrada, poi i meno timidi, infine i timidissimi – allo storto, facendone un mezzo di trasporto pubblico per cui non serve il biglietto (d’altronde il balzello in cartoncino sottile raramente conosce l’inchiostro). Fermate ad libitum, uno scende, due altri salgono, il grappolo s’ingrossa e si snellisce a seconda. Il Misirizzi avverte vagamente qualcosa gravargli sopra, ma incolpa sempre la battuta di sottile dileggio subita da Horatio. Ciò lo sprona nell’indagine che un giorno lo porterà a scoprire tutte le cose che ci sono in terra e che non turbano i nostri sogni.
Alle 17.00, lo sfruttato cambia postura rispetto al mondo con una torsione rapidissima, acrobatica, quasi fosse fatto di gomma, per assumere la figura dell’angolo ma rivolti il tronco e la testa al cielo. Nel guizzo, i viaggiatori a scrocco si adattano, sistemandoglisi in panza, petto e dove disumanamente possibile 2.
Ha inizio la porzione della giornata dedicata all’indagine della volta celeste, la sovrastante immensità calamita lo sguardo del piegato, i suoi occhi vengono meravigliosamente dotati di una forza telescopica. La sera gli dovrebbe portare leggerezza.
La marmaglia, cui sono note le abitudini del piegato, alle 19.58/59 lo sgrava di sé, sfollando rapida di qua e di là.

Ora il problema è che le cose che stanno in cielo sono difficilmente enumerabili e nominabili; Saltamartino non manca di consultare l’atlante stellare che si porta appresso, dove tutto il noto è già nominato.
“Ma non enumerato”, a volte rischia il peccato di presunzione il piegato, salvandosi per tempo con la solita rassegnazione: osservare, procedendo nel cammino, per osservare, per dare sollievo a quell’animo storto e per non sentirsi troppo Horatio.
Quando l’alto del cielo è nascosto dietro nuvoloni, l’investigatore angolare, pur sapendo quello che lo aspetta, non cambia programma, ma lascia che la pioggia lo infradici, che la tempesta se lo palleggi, che la neve lo ricopra completamente, finché qualche passante, scambiandolo per un pupazzo di neve venuto storto, pazientemente cerca di restituirgli la tradizionale, anche se artisticamente imperfetta, postura eretta. Chi ha una carota, non manca di infilargliela nel punto giusto.


1 Tanto – ha ragionato il Misirizzi, prima delle dimissioni da impiegato in una ditta di cataste – la pensione non la vedo né in cielo né in terra, tantomeno sotto (il tempo non cresce sugli alberi).
2 Ricordiamo, per inciso, che le mani non poggiano mai per terra, né nella posizione che chiameremo A, né in quella che chiameremo B. Tutto poggia sulla volontà di persistenza. Non stiamo parlando di un babbuino, per intenderci.

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