L’uomo che abbandonò se stesso

La reincarnazione può non essere una scienza esatta

Coelum, non animam mutant qui trans migrationem currunt

L’uomo che abbandonò se stesso metempsicosi reincarnazione
Cino-faccia-di-polenta in un’immaginaria istantanea-ricordo che avrebbe potuto essere scattata dalla sopraggiungente vettura di Cino nel tratto dimesso della carreggiata segnante il possibile confine tra mondo degli abbandonati e mondo dei reincarnati.

Un uomo sulla trentina, di lontane origini greche – che chiameremo Cino Abios, e non potremmo fare diversamente, essendo questo il nome con cui era registrato all’anagrafe –, abbastanza piacente, se guardato da dietro (ma quando dava il volto all’osservatore, erano dolori: la faccia, schiacciata, ricordava una polenta venuta male, sottile, sfrangiata, crepata, liquefatta, con tanto di tagliere, sulla quale erano accennati, cioè appena visibili, due occhi, un naso e una bocca) credeva senza riserve (e a tutto spiano) nella metempsicosi. Tale credulità non gli era congenita: si sviluppò a un certo punto della sua vita, a seguito (vuoto per pieno) di una serie di eventi sfortunati (a sua detta) che ebbero a colpirlo in breve torno di tempo. Tanti lutti si verificarono in poco meno di una settimana.
Un dato lunedì, i suoi genitori, recatisi presso un centro commerciale svedese per acquistare non fu mai appurato che cosa, lo trovarono chiuso. I due pensarono che si trattasse di un fenomeno quantomeno bizzarro, finché non adocchiarono un fogliaccio, attaccato con nastro adesivo a una vetrata, scritto a mano, che recitava: “Chiuso per suicidio in massa dei dipendenti”.
“Peccato”, si rattristò il padre, “tanta strada per niente”. E mentre la moglie stava per ribadire a pappagallo quell’espressione di rincrescimento, da un macchinone tenuto insieme con lo sputo scesero quattro uomini, il volto coperto da un passamontagna. Si trattava di un gruppetto di malintenzionati che avevano progettato la rapina perfetta (che, stando ai loro calcoli, avrebbe fruttato non meno di 500 euro). Preso atto di quanto dichiarava l’avviso funesto, si adirarono oltre ogni dire. Tanta collera non potendosi risolvere in vane parole, estrassero numerose e potenti armi da fuoco e presero a sparare all’impazzata, distruggendo parzialmente il centro commerciale e, naturalmente, assassinando i due incolpevoli anziani.
Il giorno seguente – mentre a casa di Cino fervevano i preparativi per le esequie – i suoi due bimbi, nel misero e brullo cortiletto, giocavano a reinscenare la tragedia che li aveva privati dei nonni. Le creature facevano – naturalmente – la parte dei banditi e assassini, mentre due loro cuginetti si offersero per interpretare i disgraziati nonni.
I figli di Cino, di nome Selvaggio e Maramaldo, si erano dotati di pistole giocattolo che esplodevano innocui petardini. Così gliele aveva descritte un venditore ambulante da vicolo dal quale le avevano acquistate, pagandole 800 euro con la carta di credito del papà. Per altri 200, il personaggio ambiguo fornì ai due piccoli anche numerosi petardini, a forma di proiettile dorato.
Un po’ troppo per due pistolette e qualche munizione giocattolo? Forse.
Ma torniamo alla scena che ci interessa. Dopo che Selvaggio ebbe illustrato come essa si sarebbe dovuta svolgere e concludere (all’esplosione dei petardini, i cuginetti avrebbero dovuto accasciarsi teatralmente, mormorando: “Ahh, maledetti assassini…” e poi fingere di spirare), apparve la mamma (la signora Grega, anch’ella di origini elleniche) di Selvaggio e Maramaldo, che da qualche minuto chiamava i figli alla vestizione funebre. Spazientita dall’essere ignorata, si precipitò verso i bimbi esclamando: “Adesso vi metto a posto io”. Ma quando si trovò esattamente fra i figlioli e i cuginetti, i primi esplosero rispettivamente tre e quattro colpi di quell’arma da fuoco supposto oggetto ludico. La donna morì prosaicamente, senza soffrire. I cuginetti, confusi, non seguirono le istruzioni avute da Selvaggio. Il quale si adirò bestialmente. Lo stesso, per emulazione, fece Maramaldo. I fratellini, montando su tutte le furie, si accanirono verbalmente contro coloro che avevano disobbedito alle direttive del copione. Non risparmiarono improperi osceni all’indirizzo della mamma, invitandola, fra bestemmie irriferibili, a spostarsi, ché aveva loro rovinato tutto quanto e vanificato tanta fatica – senza contare lo spreco dei costosi petardini.
Nella concitazione – mentre i cuginetti se la diedero a gambe, urlando: “Aiuto! Selvaggio e Maramaldo hanno ammazzato la loro madre Grega” –, i fratellini Abios lasciarono partire ciascuno, accidentalmente e contemporaneamente, un colpo di pistoletta; dopodiché le loro imprecazioni cessarono, sedate dal sopravvento della morte.
Cino fu non poco turbato dal dover rivedere i preparativi del funerale. Era decisamente il caso – rifletté – di celebrarne uno a salme unificate; se non altro perché i denari non sono frutti degli alberi o delle viti (e portò altre piante ad esempio).
Il suo dolore si fece atroce quando scoperse che la carta di credito era irreperibile. Approfittando del fatto che nel cortiletto era sopraggiunta la polizia (che dopo i rilievi di rito, emanò l’ordine di sequestro, sul territorio nazionale, di petardi, petardini, miccette e botti con relativi cerchi), Cino denunciò a uno sbirro lo smarrimento (o forse furto) della carta di credito, e con essa di tutti i suoi risparmi, ammontanti a € 1.000,00 (dove la virgola è inutile quanto gli zero seguenti) netti. Il lutto finanziario metteva in discussione una civile e regolare celebrazione funebre, inclusi i costi di interramento oppure – ma i deceduti non avevano ancora lasciato disposizioni in merito – di cremazione.
Gli furono di aiuto inestimabile i suoi due fratelli, Porfirio e Giambico, che, gli assicurarono, avrebbero provveduto a tutte le spese. Se si aggiunge che i due avrebbero ottenuto uno sconto da capogiro dall’impresario di pompe funebri Ort Beckham (un artista del settore, di origine britannica, che aveva lasciato la patria in occasione dello sciagurato Brit it!) con il quale avevano stipulato una sorta di abbonamento a cagione dei lutti dei quali non cessavano di essere vittime. Non solo in ciò assomigliavano al fratello, ma anche – com’è quasi ovvio, seppur non scontato – fisicamente: le loro facce ricordavano rispettivamente un calzone sgonfiato e bruciacchiato e una grossa moneta di rame stiacciata e distorta dalla ruota di un treno.
Diversamente dal fratello, erano stati meno fortunati in fatto di piacenza: guardarli da dietro o da davanti non mutava la situazione.

Il mercoledì pomeriggio, intorno alle 15.30, poté essere celebrato il rito. Il Beckham arrivò con una sorta di carro attrezzi nero, che trainava cinque bare modeste ma assettatuzze, poggianti su rotelline rimovibili. La fossa era già bell’e scavata. Parenti, conoscenti e genti estranee ma incapaci di perdersi un funerale, si raccolsero intorno alla buca, in attesa che il mesto carico del becchino di fiducia dei fratelli Abios vi fosse dignitosamente calato. Mentre l’impresario dirigeva le non agevoli manovre, sulla piccola condolente folla piovvero due squadre di rugby 1 : le (vuoto per pieno) 3 tonnellate che investirono l’area fortunatamente si concentrarono sulla fossa, ampliandola notevolmente, ma non risparmiarono molti alla buca più prossimi: tutti costoro erano in qualche misura apparentati a Cino, sopravvissuto alla catastrofe in quanto brevemente assentatosi per dissetarsi alla fonte cimiteriale (cosa, comunque, da non farsi: e per rispetto del luogo e della cerimonia, e per altri motivi che i più danno per ovvii). Fra i superstiti (oltre agli individui che non avevano relazioni di parentela, nemmeno remota, con Cino) c’era Beckham (quando si dice la potenza della Provvidenza per i primi e l’ornarsi sapientemente di corna, bicorna aglio e fravaglio per i secondi), che, sangue gelido, non perse tempo e rovesciò nel cratere le vittime della strage senza troppi fronzoli, i quali, venuti a mancare Porfirio e Giambico, avrebbe dovuto addebitare all’unico Abios ancora in vita.
D’improvviso, Cino si trovò solo al mondo – com’è tradizione dire con la miopia dell’emotività, dacché il mondo, purtroppo, è affollatissimo e tende a un pericoloso sovraffollamento, sinora frenato solo dall’azione delle catastrofi le più disparate, dalle malattie inevitabili e dalla potatura dei rami secchi operata dall’Alta Finanza.
L’emotività debordò in volontà di morte, che si sarebbe procurato – pensò irrevocabilmente un giorno – in qualche modo.
Il modo prescelto fu la morte per decapitazione ponendo la (orrenda) testa su un binario triste e solitario, e lì attendere l’arrivo del treno con le sue indefettibili ruote boia.
Il mattino che, nei suoi calcoli doveva essere l’ultimo, si svegliò tormentato dai residui di un sogno mistico, che gli poneva un dilemma: sopprimere se stesso nel modo progettato oppure abbandonarsi al fato della strada, quello stesso riservato da cinici (e qui la contraddizione è insanabile) padroni ai loro cani?
Cino fu vinto dal desiderio di abbandono. Montò in macchina, senza un soldo imboccò la prima autostrada (tanto era certo che non ne sarebbe uscito) e raggiunto un tratto relativamente poco trafficato, lasciò l’insensibile l’automobile in una piazzola, si mise a quattro zampe e in quel modo prese a trascinarsi lungo la corsia di soccorso.
Incontrò molti suoi simili agonizzanti, ma, nemico del branco, insisté nella scelta della solitudine.
Zampettò per giorni, la lingua a penzoloni, le ginocchia lacerate e infette, le mani uguale. Di quando in quando qualcuno si fermava per chiedergli se avesse bisogno di qualcosa, ma Cino rispondeva con un debole latrato di morte che faceva scappare il volonteroso soccorritore; dopo due giorni iniziò la fuga dalla polizia che Cino credeva accalappiacani. Si nascose per settimane nel cavo di un albero, nutrendosi di volontà di reincarnazione in un qualcosa di degno e del pus delle sue carni straziate.
Rimessosi parzialmente in sesto, uscì dalla sua tana e raccolse le forze per attraversare la carreggiata in un tratto apparentemente dimesso e vedere che cosa c’era (e se mai ci fosse) qualcosa dall’altra parte del mondo dei reincarnati.
Quella che parve la violenza di un vento improvviso cancellò in lui ogni forma di coscienza. Di fatto si reincarnò in se stesso mentre, contrito e piangente, in automobile tornava sui suoi passi nella speranza di ritrovare ancora in vita il cane abbandonato in autostrada. La moglie Grega, al suo fianco, gli dava forza e illusione. Sul sedile posteriore, Selvaggio e Maramaldo giocavano ai dirottatori di auto con pistole a petardino. Partì un colpo che fece sobbalzare Cino, che per mantenere il controllo della vettura non poté evitare una sterzata brusca, nel pieno della quale un uomo a quattro zampe si concretizzò per un attimo sulla corsia. Questa la terza tappa della lunga trasmigrazione di Cino in Cino che attendeva Cino, né uomo né cane (e né pesce).


1 Non si pensi a una coloritura iperbolica del resoconto: la caduta libera della potente massa umana in quel settore del camposanto avvenne nel pomeriggio del giorno in cui si verificò il portento qui sommariamente (e lacunosamente) descritto.

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