Andreotti e l’imperituro amore

Due certezze

Andreotti e l'imperituro amore

Andreotti sibila nell’orecchio del direttore del doppiaggio di Casablanca un suggerimento che questi, in teoria, non può rifiutare. Siamo nel 1946, ma Andreotti ha già il suo aspetto futuro ed eterno.

Quando c’era Andreotti che entrava nelle sale di doppiaggio e, gentilmente, affabilmente, indicava al direttore del doppiaggio che sarebbe stato opportuno mettere in bocca a Paul Henreid, rivolto a Bogart, “Avete aiutato i cinesi” anziché “You ran guns to Ethiopia” e “Avete combattuto per la democrazia in Spagna” piuttosto che “You fought against the fascists in Spain” 1, io non potevo amarti per ovvie ragioni anagrafiche.
Quando l’ovvietà decadde e il tempo, violando l’anagrafe, com’è suo costume, si dilatò caricandosi di nuovi anni, c’era sempre Andreotti, con la sola (per lui indifferente) differenza che io potevo ormai amarti e tu potevi amare me.
Quando c’era Andreotti, c’era sì la muphia, ma non a Roma: solo in Bassa Italia – dicono – con qualche filiale a conduzione familiare negli Stati Uniti. Io, a quei tempi, ti amavo e tu mi amavi.
I giorni passavano abbastanza rapidamente e Andreotti era lì al suo posto; le sue visite alle sale di doppiaggio cominciavano a diradarsi, ma un saltino, ogni tanto, ce lo faceva, per sicurezza e nostalgia. Nel frattempo il nostro amore fioriva.
Il 20 agosto sostammo in stazione a Bologna e tutto sembrava a posto. Andreotti – o qualche suo tramite – doveva essere stato misericordioso ma fermo negli incontri con la Giunta felsinea: “Che tutto sia lustro come uno specchio, nemmeno un grano di polvere deve rimanere: alla stazione i turisti dovranno poter mangiar per terra – come dice quella pubblicità”, soggiungeva con una di quelle sue arguzie sdrammatizzanti. Il nostro amore brillava come un astro e un lavandino pulito col Vim (o Ajax…). Andreotti questo, forse, non lo sapeva, anche se non si può mai dire, dato che – narra una leggenda – ogni tanto veniva dalle nostre parti in elicottero per andare a caccia di fagiani e pernici.
Andreotti odiava i nazisti, forse per influsso del Pio XII. Perciò, finché l’età glielo consentì, entrava nelle sale di doppiaggio e preso da parte il direttore (che non era più quello del 1946) gli mormorava in un orecchio: “Per quieto vivere, non sarebbe meglio far dire a Bogart ‘nazista’ anziché ‘fascista’? O magari che quel tale soldato americano non è morto a Cassino ma da qualche parte in Europa? 2” Sì, dati gli impegni in Bassa Italia e le partite a scacchi con Kissinger, qualche film gli era sfuggito.
Imbarazzato, il direttore del doppiaggio gli faceva notare che sarebbe stato molto ma molto difficile, perché – inventava, senza sapere il rischio che correva – Bruno Persa ed Emilio Cigoli erano morti. La voce di Paolo Ferrari, per quanto attore eccellente, non gli pareva adatta. Ignorava, costui, di essere segnato. Qualche anno più tardi, poco dopo la morte per cause naturali del direttore, Andreotti si vendicò suggerendo al suo successore di assegnare a Paolo Ferrari (liberatosi del Dash) il ri-doppiaggio di Sam Spade ne Il mistero del falco. Era uno di quei suggerimenti che non si possono rifiutare.
E nel tanto tramare che ci assediava da ogni lato, noi, incoscientemente, continuavamo ad amarci di un amore limpido.
Quando c’era Andreotti, l’Europa esisteva (e con tutti noi dentro), ma come dire… per modo di dire. Nessuno pensava di entrarci o di uscirci. Era tecnicamente (e logicamente) impossibile. Esisteva Andreotti, questo importava. Non tanto a noi, sprofondati in un amore fatale, quanto ad Andreotti. Magari anche a Cossiga, ma del sardo non parlerò: mi pare indelicato in un contesto dove, accanto ad Andreotti, tanto risalto si dà al nostro incrollabile amore.
Quando c’era Andreotti, esisteva pure la muphia – questo, è vero, si è già detto – ma essa non si interessava di noi o di Roma o della cocaina. Non le dispiaceva F.F. Coppola. Anzi, si interessava alla sua filmografia, si appassionò alla sua opera, e col tempo cominciò a preferire La conversazione al Padrino: “Più intenso, sottile, luoghi comuni zero”.
Anche Andreotti, viaggiando parallelamente al tempo, e in qualche occasione superandolo di un par di spanne, migliorò i propri gusti estetici. Cominciò, al Belli e al Campanile, a prediligere Pasolini: “Più intenso, più sottile, luoghi comuni uno”. Si riferiva alla fissa di P.P.P., ossessionato da quell’unica, immensa trama che a suo giudizio avvolgeva letalmente l’Italia. Poi tutto passò.
Quando c’era Andreotti, non c’era Saviano, però c’era Saviane, con fantasie de li nervi zero. Si limitò a una profezia. Incidentalmente: c’erano anche Pertini e Bertini, il secondo nell’Inter. Di Bertini c’era anche la Francesca, che tuttavia non diede pensieri ad Andreotti. Nemmeno la Calamai, inoffensiva sin dal dopoguerra
Il nostro imperituro amore, intanto, da virgulto platonico si era completato in un che di quasi dionisiaco.
Quando c’era Andreotti – e noi dàgli con sto nostro ostinato amore – non esisteva la muphia agroalimentare, la muphia delle rotatorie, il business del cancro, delle bottiglie di acqua minerale da 1 litro sulla carta (o etichetta), dei post-it che non prendono, degli accendini riempiti a metà, e tante altre porcherie che chi mai, a quei tempi, si sarebbe immaginate appena dietro l’angolo…
Quando c’era Andreotti, c’erano pochissimi negri in giro per l’Italia. Quando c’era Andreotti, c’era anche Moro. Ecco, non si può dire che una simile compresenza non fosse all’origine di un certo attrito di cui il Paese non abbisognava – suggerì Kissinger.
Andreotti rifletté a lungo su questo suggerimento, ma nessuno può dire se egli lo considerasse un suggerimento che non si può rifiutare. Forse solo il suo confessore. Che probabilmente oggi è morto. Ma la pazienza non ci difetta.
Quando c’era Andreotti, a un certo punto – non saprei dire come – il nostro amore cominciò a scricchiolare, e poi, scricchiolando, a vacillare. Fu qualcosa di improvviso – così mi parve – come un terremoto.
Io finii di amarti e tu finisti di amare me.
Oggi io ho due certezze: che Andreotti non c’entrasse nulla con il decesso del nostro amore e in fondo nemmeno col proprio. Quanto al resto, non saprei dire, ché di amore e politica non mi interesso più.


1 Casablanca (italiano: Casablanca), 1946.
2 In Key Largo (italiano: L’isola di corallo),1948, l’eroico Lionel Barrymore dice: “My boy, George, was killed in Cassino”. Nella versione italiana, il doppiatore Olinto Cristina, verosimilmente in virtù di un suggerimento che non può rifiutare, si esprime così: “Il mio povero figlio fu ucciso in Europa”. La copertura è presente in altre parti del film.

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