Vanità (complessa) della sottolineatura

(e dell’evidenziazione)

Sottolineatura ed evidenziaione come attività compulsiva e vana
Sottolineatore-evidenziatore compulsivo da tavolo, con attrezzatura essenziale ma adeguata.

La notte sul 14 febbraio (San Valentino) 1945, il frenologo germano-magiaro Radó Verrücktespferd, in inderogabile trasferta di studio a Dresda, rifugiato in una fogna datagli per sicura da un collega locale poco prima che questi rimanesse incenerito da una goccia della pioggia di morte che si era scatenata sulla città per volontà angloamericana, ebbe l’intuizione che lo avrebbe posto (postumo 1) al centro del dibattito sviluppatosi nell’immediato e primo dopoguerra e in seguito purtroppo sopitosi nella generale indifferenza causa la sciagurata prevalenza della moderna e inaridita psicologia di maniera.
Egli stesso solito sottolineare a matita le frasi che in un libro gli parevano rilevanti, prima sporadicamente e poi con sempre crescente frequenza, in quella notte d’inferno, sordo agli spaventosi effetti acustici delle bombe che tutto intorno sbriciolavano il mondo, capì quali e quanti fossero i danni arrecati alla psiche umana (dallo studioso chiamata invariabilmente “Frenne” su originale calco greco [φρήν] – il che dimostra che non abbiamo a che fare con un ciarlatano o con un meschinello) dalla, in ultima analisi, malsana consuetudine di sottolineare (a matita) le righe di un manoscritto.
Senza farne una questione bibliofila (tralasciando cioè sciocche osservazioni sulla presunta profanazione di un oggetto come il libro da molti ritenuto inviolabilmente sacro), Verrücktespferd evidenzia (ci si perdoni il bisticcio; per altro all’epoca gli evidenziatori non avevano visto la luce) la vanità (e pericolosità) della sottolineatura. Ecco la traduzione delle carte ritrovate (in che modo, si legga in nota):
“È ormai mia certa convinzione che sottolineare interi periodi di uno scritto [libro, ndr] non porti vantaggio alcuno ai fini di un miglioramento della memorizzazione di un concetto espressovi. Notiamo che chi assume tale abitudine, prima limitandosi alla sottolineatura occasionale, poi man mano aumentandone il numero, ottiene, in primo luogo, null’altro che un’assuefazione difficilmente reversibile. In secondo luogo, la ‘Frenne’, anziché esserne stimolata secondo le intenzioni del lettore, inizia a registrare una percezione confusa delle frasi sottolineate, incontrando anzi notevoli difficoltà ad assorbire e capitalizzare il senso complessivo del discorso: in una prima fase di taluni periodi e infine perdendo ogni capacità di ritenzione del letto nella sua totalità. Questo, evidentemente, non tanto per il disturbo ottico creato dalle marcature, quanto perché – anche sforzandosi di ignorarle – egli non può trarre benefici diversi che se il testo, vergine, non fosse sottolineato in alcun punto del suo svolgersi. Vorrei infine appellarmi agli abitudinari della sottolineatura: in cuor vostro usate la matita anziché la stilografica non solo per motivi di praticità [all’epoca maggiore diffusione della matita rispetto alla stilografica, utilizzata, come indicano gli storici, in occasioni più ufficiali. Ma oggi si calcola che nell’immotivata pratica, sempre in auge, della sottolineatura vi sia una sostanziale parità nell’uso di penna biro e matita. Si aggiunga il flagello delle evidenziazioni multicolori, che rendono i libri arlecchini incomprensibili. Più d’un rappresentante della neofrenologia indica nel deprecabile fenomeno la causa principe dell’analfabetismo di ritorno, ndr]”, quanto in virtù dell’illusorio progetto secondo il quale, in uno di quei famosi ‘prima o poi’ di cui l’uomo si rende schiavo per una molteplicità di ragioni su cui non è ora il caso di soffermarsi [non possiamo escludere che il frenologo cominciasse ad avere seppur vaga coscienza dei boati udibili sopra la fogna, ndr] cancellerete con la gomma gli infami segni per restituire il libro alla sua originaria natura. E sempre in quel cuore vostro – che io insisto nel denominare ‘Frenne’ – nel contempo sapete che ciò non avverrà mai.
“Vi inviterei, pertanto…” e qui la riflessione scritta del rifugiato di Dresda si interrompe nel brusco modo già descritto 2.

Da qualche anno, Ilona Verrücktespferd, anziana nipote del pioniere dell’antisottolineatura e motore primo della scuola neofrenologica (Neue Frenne), è impegnata nella riapertura del dibattito sulla vanità (complessa) delle varie e sempre più bislacche forme della selvaggia oltre che dannosa tendenza, ma soprattutto ella concentra il proprio impegno sull’opportunità di un’educazione dei lettori a liberarsi dal vizio. È evidente che l’unica soluzione, come per altre analoghe calamità dei nostri tempi, sia la prevenzione, per l’eminente motivo che, anche qualora si raggiungesse almeno l’obiettivo di indurre gli utilizzatori di matita a trovare quel “prima o poi” per riparare alle loro malefatte, la sfida ai carenti di fosforo legati fatalmente all’uso di biro ed evidenziatori è improponibile.


Die Traumdeutung (L’interpretazione dei sogni) di Sigmund Freud
Una pagina dell’edizione della Traumdeutung (L’interpretazione dei sogni) di Sigmund Freud appartenuta al frenologo e martire Verrücktespferd, il quale – pare – non apprezzò mai (forse respinse con veemente disprezzo) l’opera dello psicanalista viennese. Non si può escludere che questa avversione sia imputabile alla lettura del Freud in una fase della vita dello studioso tedesco di origine magiara in cui la pratica della sottolineatura applicata alle sue letture aveva raggiunto forme maniacali. Pur avendo in seguito tenuto a freno questa particolare compulsione, verosimilmente non se ne liberò mai in modo definitivo – se non nel momento di illuminazione nell’umiliante rifugio sotterraneo di Dresda. Se per un verso fu troppo tardi, le carte ritrovate non solo valsero a riscattarlo presso la comunità scientifica postbellica, ma costituiscono l’eredità fondamentale sulla quale poggiano il pensiero e l’opera della nipote Ilona.

1 Verrücktespferd ebbe appena il tempo (si suppone dall’ultima frase delle sue carte, mal scarabocchiata, con svolazzo scivolante verso destra), con una seconda fatale intuizione, di capire a proprie ultime spese che il collega era mal informato circa la tenuta dell’improvvisato rifugio antiaereo.
Le carte, miracolosamente scampate alle successive tempeste di fuoco, furono casualmente e fortunatamente ritrovate da un paramedico tedesco, il caso volle appassionato di frenologia, nel corso di una perlustrazione in data non ancora precisata. Qualcuno parla di fine aprile 1945.

2 Ironicamente, alcune parole (non diremo quali, per non offendere la memoria di Radó) delle carte manoscritte dresdesi sono inequivocabilmente sottolineate! Sarà stata la foga… sarà stato il bombardamento… Chi lo sa…

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One thought on “Vanità (complessa) della sottolineatura

  1. marsiano il said:

    sottolineare con l’inchiostro simpatico permetterebbe di non privarsi del gusto di risottolineare infinite volte lo stesso libro. inutile si’, ma almeno tiene svegli.

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