La donna dai peli di cristallo

(O dell’armonia che non conosce sofferenza) 1

La donna dai peli di cristallo
La donna dai peli di cristallo cammina calva e affusolata in un mondo che la evita con la propria assenza. Ma ciò accade solo alla fine della storia, che occorrerebbe leggere.

Una donna, che, dati le mani e i piedi affusolati, il bell’ovale, l’incarnato rosa, gli occhi di un azzurro intenso e le labbra carnose senza essere volgari, sembrava uscita da un romanzo di ragazze che amano la scrittura quanto e forse più della loro stessa vita, uscì (e senza sembrare) di casa per andare dalla parrucchiera come era solita fare ogni tot giorni.
Non appena la parrucchiera di fiducia (detta “la mia 2 parrucchiera”) le mise le mani fra i capelli per valutare il da farsi, le vide perdere sangue a causa di numerosissimi piccoli tagli, dei quali, di primo acchito, non comprendeva l’origine.
Le ci vollero tuttavia un pugno di secondi per realizzare che i capelli della donna che sembrava uscita da un romanzo (e non da un racconto breve) si erano sbriciolati in milioni di minuscoli pezzettini di vetro dopo un appena percettibile rumore di esplosione di cristallo (se così si può dire), andando a ingombrare non solo la vaschetta lavatesta ma spargendosi un po’ ovunque nel saloncino, e procurando ferite, benché di più lieve entità, anche alle assistenti parrucchiere.
L’artigiana, costretta a correre sanguinolenta al pronto soccorso, abbandonò perciò a se stessa la cliente. La quale prese a protestare con vibrazioni nella voce e del corpo, lamentando la scarsa professionalità della sua 3 parrucchiera e minacciando azioni legali nei suoi confronti, considerando in particolare il fatto di essere rimasta calva. Quando le colleghe, schierandosi dalla parte dell’infortunata e facendo notare che anche loro avevano riportato ferite e contusioni guaribili chissà in quanto tempo e che probabilmente qualcuna di loro sarebbe rimasta sfregiata per sempre, la donna (scuotendosi di dosso briciole di cristallo o vetro senza averne conseguenze pregiudizievoli), dopo aver esclamato con una certa alterigia: “Bella questa!” aggiunse con tono apparentemente più pacato (ossia senza esclamazioni funzionali) che senz’altro doveva essere vittima di un complotto o di una cospirazione ordita con sapienza e a lungo meditata dalla sua parrucchiera – naturalmente con la complicità delle assistenti – anche se non sapeva spiegare per quale ragione fosse stata presa di mira. O meglio: in un a parte con se stessa, si disse convinta che l’attentato di cui era stata fatta oggetto era in altri termini una vile vendetta ricollegabile al fatto di essere debitrice alla parrucchiera di un certo numero di sedute mai retribuite. Questo – ragionò ancora – non le dava certo il diritto di sfigurarla con un taglio a zero che la mutilava delle sue “chiome corvine e fluenti” (scrivono le ragazze in quei loro romanzi d’amore e morte, la cui versione elettronica ottiene lusinghiere recensioni in taluni siti preposti alla vendita di autopubblicazioni, e – questo sì che dà da pensare – in numeri che farebbero impallidire Shakespeare o Dostoevskij, se solo fossero ancora vivi. Impallidiscono, in parte, soltanto taluni presunti viventi, ma unicamente perché, dietro tale presunzione, si cela una condizione di morte intellettuale, non ancora cerebrale).
Annientate con tanta loquela le protestanti (per altro intente a ipotizzare se interventi di chirurgia plastica sarebbero mai valsi a restituire loro l’aspetto naturale), prese la decisione di consultare immediatamente il suo 4 avvocato.
Uscita in istrada con una asciugamano che, avvolto intorno alla testa, nascondeva la turpitudine, fece per chiamare un taxi; quando, ritirando il braccio per la segnalazione, ebbe un ripensamento, consistente in queste considerazioni:
– non poteva presentarsi dal legale in quelle condizioni (e in altre, di cui fra un attimo di pazienza). All’inconveniente della (ben sperava temporanea) calvizie si poteva facilmente rimediare con uno di quei turbanti-bandana che, per fortuna, non passavano mai di moda. Ma – e questo era il cruccio grande – come comportarsi rispetto alla questione delle “gambe ben tornite” (ancora una formula vincente di quelle giovani scrittrici) ma bisognose di uno sradicamento precauzionale dei peli superflui? Lì si sarebbero concentrati per prima cosa gli occhi dell’avvocato, a suo parere. D’altronde a quegli occhi non sarebbe stata data l’occasione (teoreticamente parlando) di concentrarsi su altre aree pelose, ma poiché è meglio prevenire che venire in ritardo o non venire affatto, la donna avrebbe fatto meglio a togliere di mezzo anche i superflui del sottopancia e quelli proliferanti in covi sensibili di cui le giovani scrittrici non parlano volentieri (eppure esistono) oppure ne parlano con enfasi sospetta.
Pertanto, prima tappa estetista, la sua.

La donna d’estetica, a una rapida ma non superficiale analisi, sconsigliò la cliente di sottoporsi all’intervento di eradicazione dei peli dalle gambe, giacché non le era parso (ma si espresse con toni di certezza) di vederne su quegli arti ben torniti. Tutto differente il responso sui peli reconditi: occorreva mettervi (figuratamente ma non troppo) mano.
Le ascelle, quasi un formalità, furono lasciate per ultime, mentre era bene concentrarsi subito sulla zona suvventrale (da “ventre”: così le ragazze – giovani e con occhiali bordati arcobaleno che danno risalto specifico alle loro personalità, le quali hanno ognuna un colore diverso. Il termine “pancia” è riservato al mondo delle idee, popolato anche da “cuore” e “mente”, termini che si contrappongono appunto a “pancia”; la netta antitesi non lascia spazio alla coesistenza), dove il concentrato peloso, al tocco del guanto, esplose (stavolta rumorosamente) in mille schegge di cristallo in faccia all’esteta, che restò impietrita con la sua maschera cruenta.
La cliente, irritata da quell’immobilità che identificò con certi espedienti per scansar fatiche, per di più parte del piano con cui guadagnano tempo i professionisti che a tempo prestano la loro opera, lanciò furiose occhiate qua e là, oltre che contro la donna lesa dal vetro. Tale fu l’energia di quelle occhiate, che dappertutto, dietro di loro, saettarono i peli di ciglia e sopracciglia, quasi invisibili ma più strazianti che altri al contatto con la pelle di chi è vittima di simili proietti. Sulla moquette lorda di sangue rimasero altre tre ragazze (una delle quali, nel tempo d’avanzo, scrittrice di cose d’appendice e fantasia) e quattro vecchie sulla cinquantina, clienti, di quel mezzo svestito che offende l’estetica non meno che l’etica, ossia quell’armonia che, manco a farlo apposta, le aspiranti scrittrici, per ingiustificato odio nei confronti dei filosofi 5 (kalokagathía, la chiamano loro) e per cattiva educazione, chiamano bellezza.
Tutto questo ben lo sapeva la donna dai peli di cristallo, così come aveva avuto la riprova 6 del complotto ordito, tramato e tentato (ma non o mal riuscito) contro la sua persona, consustanzialità di Bello, Vero e Buono che oggi, quando esce dalla sua teca antiproiettile, vagabonda glabra evitata dal mondo intero, con l’eccezione di quelle parrucchiere, quelle estetiste e quelle vecchie cinquantenni ansiose di gettarle addosso il malocchio emanato dalle loro irrevocabili stimmate 7.


1 L’exemplum continua, superandolo, quello dato in L’uomo bello ma non trasparente (O della bellezza che non conosce sofferenza).
2 Come già rilevato dal Chomsky, ma non dall’Ascoli e dal de Saussure, detto “possessivo di hybris” o di “desiderio di schiavizzare”.
3 C.s.
4 Lo Jakobson parla di “suo di superbia ed esibizionismo”. Concorda, con qualche riserva (ma di poco conto, a ben vedere) il Beccaria, il quale è per altro certo che anche il Sapir avrebbe concordato.
5 Forse si capirà, una buona volta, che noi non ce l’abbiamo coi filosofi (visto come ci esponiamo?), ma sono i filosofi a non avercela con noi o con le giovani scrittrici di vanità complesse.
6 Non aveva contratto debiti con l’istituto di estetica e di bellezza (ma non di armonia).
7 Che l’armonia sia obiettivamente superiore alla bellezza, è stato suggerito dal non filosofo Frank Zappa, forse in risposta proiettiva astrale all’aspirante e giovane poeta John Keats.

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