Eroi per un giorno

Eroi per un giorno Un tale, da poco vedovo, aveva sentito dire che a questo mondo esisteva la concreta possibilità di essere eroi per un giorno. La cosa lo interessò subito. Decise pertanto di condurre un approfondimento in merito.
Si informò un po’ in giro, specie con certi conoscenti che in occasione del funerale di sua moglie (mancata in età ancora relativamente giovane) avevano giurato che gli sarebbero stati vicini e promesso cordialmente che in caso di necessità lo avrebbero volentieri aiutato, in qualsiasi frangente, di bene e di male, insistendo che non doveva aver remore e fingere reticenze, che si sarebbero fatti in quattro per lui al fine di recargli soccorso e conforto alla bisogna. Si erano assunti l’impegno con tale empito, da far pensare a un desiderio di espiazione per una loro responsabilità indiretta o addirittura un coinvolgimento diretto nella causa del grave lutto che lo aveva colpito.
Il tale perciò iniziò un giro di telefonate, ponendo a questo o quel conoscente la questione: “Scusami se ti disturbo, ma ho sentito dire che è possibile essere eroi per un giorno, e dato che la cosa mi interessa – preciso che non conosco i dettagli – volevo chiederti se tu ne sai qualcosa”.
Pareva invece che nessuno degli interpellati avesse mai sentito dire di sta faccenda. “Strano…” pensava lui. Semmai – gli assicurarono – ci informiamo e poi ti richiamiamo noi. Va bene?
Lui disse che andava bene e che sarebbe rimasto in attesa di eventuali novità al riguardo.
Passò una settimana, ma il telefono non squillava – o se squillava era per altri motivi.
Passarono due settimane senza che succedesse nulla di clamoroso.
Trascorso un mese, il vedovo montò improvvisamente in collera quando fu certo di aver ravvisato ipocrisia nei giuramenti (evidentemente falsi) e nelle promesse (non mantenute) dei conoscenti. Si lasciò quindi sopraffare dal risentimento e dall’odio, che si sforzò di dominare, col risultato che ad essi subentrò il desiderio di solitudine rancorosa. Si isolò per dodici giorni in camera da letto, farneticando vendette in forma di avvelenamenti o magari di attentati dinamitardi mirati ad annientare coloro dai quali si era sentito beffato e tradito. Tuttavia, anche e soprattutto per l’obiettiva mancanza di referenti per l’acquisto di pozioni letali o di congegni esplosivi, alla fine prevalsero, indisgiungibili, ragione e buon senso autarchico.
Con i pensieri posti in sesto, decise che si sarebbe informato per altri canali sulle modalità che avrebbero consentito di essere eroi per un giorno.
Si recò in numerose librerie, dove chiese se vi fosse disponibilità di pubblicazioni che gettassero luce sull’argomento. Le commesse o i commessi lo guardavano intimiditi, a malapena riuscendo a replicare che, per quanto ne sapevano, libri in materia non esistevano.
La sua reazione “Strano, però…” in molti casi servì soltanto a peggiorare le cose, quando i dipendenti della libreria, nascondendosi con uno scatto sotto il bancone o dietro una pila di volumi, emettevano gemiti, frigni o frasi volgari e indispettite, che facevano accorrere il padrone del negozio, il quale accompagnava il mancato cliente alla porta esortandolo a evitare di rimettere piede in quel locale.
Per via del suo carattere poco equilibrato, l’uomo, in quelle e simili occasioni, si sentiva sulle prime sminuito e umiliato, dopodiché era assalito da vampate di odio rinnovato che non era sicuro di poter tenere a bada. D’impulso, entrava in un bar e si sorbiva una camomilla, che buon per lui aveva il potere di sedare il nefasto sentimento.
Indirizzò altrove le sue ricerche. In bottegucce antiquarie, fra le bancarelle di miseri mercatini, rovistò nei cortili di rigattieri e robivecchi, sempre con esiti negativi. Giocò poi la carta dell’avventura in istituti a suo calcolo e a loro dire specializzati nel tema che gli stava a cuore. Ebbe un incontro con il responsabile di un museo dedicato a Garibaldi. Dopo una lunga e istruttiva chiacchierata con l’ospite, il dirigente si rammaricò di non poterlo aiutare e lo accompagnò al portone, dove, prima di congedarlo con una mano sulla spalla, gli sussurrò all’orecchio di rinunciare a rifarsi vivo in quella sede, ovvero avrebbe adottato nei suoi rispetti misure che non stette a dettagliare.
Lo stesso, grosso modo, si ripeté in altri istituti devoti al ricordo perpetuo di celeberrimi eroi storici e sociali.
L’uomo, senza comprendere le ragioni di tanto astio nei suoi confronti, proseguì comunque la battaglia. Si rivolse ad associazioni di volontariato e senza fini di lucro, che da targhe di bronzo vantavano sigle significanti affidabili associazioni di reduci di guerre, movimenti libertari, società e congregazioni il cui scopo era tenere alto il nome di quanti si erano nel tempo distinti per altruismo, gratuita abnegazione e atti spesso eroici.
Fu una piccola odissea della durata di tre giorni, la quale, inasprita dalla durezza delle risposte e dei trattamenti ricevuti, gli sembrò esser durata tre anni.
Nei due giorni che seguirono la disfatta, si domandò se avesse avuto a che fare con degli incompetenti o degli scervellati. Nell’intensità di quelle 48 ore quasi insonni, estese la questione all’umanità intera, secondo la capricciosa tradizione di chi soffre l’idea di un universo persecutorio.
Il vedovo sconfisse anche questa crisi, ma solo dopo aver scelto di dare una tregua alla sua missione.
Il pomeriggio di un giorno o due dopo, andò al cimitero per appiccicare un fiore al loculo che ospitava la moglie. Si attardò nelle tipiche riflessioni che ispira quel luogo, d’un tratto e per la prima volta turbato da un’altra stranezza – oltre a quella degli eroi per un giorno – che aveva già udito dire, bisbigliata, dai frequentatori del camposanto; che i morti comunicano coi vivi, se soltanto sollecitati in determinati modi, benché complicati a capirsi. Forse occorreva concentrarsi, cioè chiudere forte gli occhi e stringere le palpebre fino a ferirle, pensare a nulla (cosa che molti filosofi ritengono impossibile o possibile solo a pochi filosofi), forse individuare il punto della lunghezza d’onda dove accade che il pensiero di un vivente entra in contatto con quello di un morto; magari, seguendo una di quelle endemiche procedure di chiaroveggenti, buttacarte e ciarlatani, pronunciare con ritmo ossessivo e rispettoso delle regole prosodiche, parole di mistero (come “ènfete pènfete papesatàn” o “salagadula mencigabula”); forse chissà che altro ancora, nulla o poco si poteva escludere.
L’uomo perse coscienza verso le 5 pomeridiane, ma la perse rimanendo in piedi, cosicché nessuno si accorse del suo stato. Visse esperienze di uscita dal corpo che si alternavano a brevi rientri; di nuovo scaraventato fuori di sé dalla porta di servizio dell’anima, e cadute nel fondo lucido della coscienza e poi ancora, in alto, con un grande salto, in proiezioni e tempeste astrali, fra venti australi, naufragi della mente su spiagge del tempo al di là del poi dopo, e rifluiva in mari freddi, sulla cresta delle loro onde polari, congelate, irte e pungenti, allungava un braccio nei cieli di notti sovrapposte, fra le cui nubi si addensavano uragani, nei cui occhi ebbe la certezza di precipitare, frustato da piogge, assordato da tuoni, ustionato da lampi, e poi di viaggiare indefinitivamente sulla strada che mal non seppe carreggiar Fetòn.
Finalmente, vide se stesso dall’alto, giacere in un salone dalla luce malata, dove una folla di altri quasi simili a lui si lamentavano a causa di sofferenze fisiche atroci a giudicare da come i loro arti fossero straziati, le teste fasciate come di mummia, e altri ancora, tanto tribolanti da essere ammutoliti, in attesa di una mano santa che li guarisse o desse loro una sentenza.
E udì certamente la moglie parlargli, la vide sopra di sé d’una tunica verdolina vestita, dire e ridire: “E questo, che voleva fare? L’eroe?”
“Fortuna che solo per un giorno, dottò”, rispose il portantino.

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