I discoli di una volta

Che non ci sono più

I discoli di una volta non ci sono più

Il vecchio di 57 anni sacramenta ciceronianamente all’indirizzo del sordomuto mondo argomentando, sotto forma di domande (e un paio di affermazioni – vaghe) retoriche, a proposito dei discoli di una volta. Sulla sinistra, con le palpebre rivoltate come l’Albertazzi-Jekyll-Hyde, un esemplare discolo di una volta cerca di fare paura a qualcuno. Non certo al gatto dotato di ombrello paracadute che se la gode un mondo e un pezzo.

Un vecchio di 57 anni, tutto rabbia e volontà di insolenza, ogni mattina va in piazza e attacca a latrare opinioni non sempre condivisibili su questo o quell’argomento, ma, nella prevalenza dei casi, su questo.
Questo argomento è che, a suo modo di vedere le cose accecato dalla collera, “non ci sono più i discoli di una volta”. La gente, che per un certo periodo lo stava ad ascoltare (spesso facendogli notare – forbitamente – di non essere del tutto d’accordo con lui), ora, per lo più, tira via dritto.
Le forze dell’ordine, che fino a poche settimane fa lo fermavano per accertamenti, oggi lo lasciano fare, quasi compiaciute e compiacenti, chiudendo un occhio, parrebbe due.
Il vecchio, approfittando della rilassatezza generale, rincara spietato le sue invettive da coyote, non raramente infarcendole di bestemmie.
Se l’arcidiocesi, nei primi tempi, si diceva risentita per quei beceri sproloqui, ormai non lo degna nemmeno della muta riflessione “Sia perdonato, ché non sa cosa dice”.
A quest’ultimo proposito (se egli sappia o non sappia che cosa dice), esisteva (fino a qualche giorno fa) un’unica voce appena fuori dal coro: un passante ignoto non meno del Milite, il quale esternava un suo dubbio: “Che non sappia cosa dica, è tutto da dimostrare”. Dopo un tentato linciaggio da parte della folla, quest’individuo si è dato alla macchia – o, comunque, risulta non reperibile.
Primo nella Storia a godere di una così vasta libertà di parola e d’azione, il vecchio cinquantasettenne tira la corda, ben sapendo che essa non si spezzerà mai.
Ed eccolo sbraitare: “Non ci sono più i discoli di una volta! Non esistono e non esisteranno più”. (Ciò sottintende la negazione della circolarità della Storia – di cui più volte abbiamo appassionatamente trattato). E poi giù un moccolo da brividi.
“I discoli di una volta, quelli dei miei tempi, quelli sì che si potevano chiamare discoli, non quegli smidollati di oggi, tutti moine tecnologiche e vanità complessa”, e dàgli una serie di sacramenti.
“Che fine hanno fatto i discoli di un tempo? Quelli che lanciavano i gatti dal tetto, ma dotandoli di ombrello paracadute, tanto che i gatti anche loro se la spassavano da matti, al punto da miagolare ossessivamente per infiniti bis.
“Quelli che, padroni notturni delle camerate delle colonie montane e/o marine, liberavano per ogni dove topolini inoffensivi (spesso si rivelavano nient’altro che timidi criceti), oppure, col favore delle tenebre, impiastricciavano di (scadente) dentifricio le capigliature dei compagni di branda a castello.
“Quelli che, con fine abilità prestidigitativa, versavano poche ma significative gocce di guttalax nei quarti degli ubriaconi intenti in dibattiti con altri ubriaconi, e a proprie spese, mentre oggi vi va bene se nel bicchiere qualche delinquente minorile vi scioglie una pillola di crax, che poi devi anche pagare.
“Quelli che, a coppie o addirittura terzetti (mai individualmente), puzzavano gli scompartimenti dei treni, rimanendo in attesa che una signorina cantasse, per poi accusarla con sottecchi implacabili di essere l’autrice dell’uovo.
“Quelli che trascuravano il pediluvio per interi, lunghi inverni, finché, coi primi calori primaverili, invadevano gli autobus scalzandosi, ma biglietto alla mano.
“Quei discoli che, affacciati alla finestra, lasciavano ciondolare metri di fili di saliva, facendo infine testa o croce per stabilire quando (e se) fosse giunto il momento o si desse il caso di lasciare al proprio e perciò altrui destino il loro prodotto orale.
“Dove sono, oggi, questi discoli esemplari?” abbaia e guaisce l’anziano nostalgico, in un crescendo di irriferibili imprecazioni. “Che fine hanno fatto? Dov’è possibile trovarli, in quale recesso di Libertà compiuta si nascondono nel XXI secolo quei discoli, quei due discoli che, alternandosi, l’uno fingeva di inciampare, cadendo, davanti alla cugina in minigonna, perché ella gli tendesse un braccio in soccorso piegandosi tutta in avanti, con l’altro che, da dietro, osservava lo spettacolo dietro il sipario sollevato?
“Chi di voi – ulula all’indifferenza – mi sa dire se da qualche parte resiste colui che, ripiegando le palpebre fino a far scomparire i globi oculari, si metteva a minacciare i paurosi nella notte: ‘Ahh, ahh, sono Albertazzi che fa Jekyll, ahhhh!’ (non sapendo che si trattava di Hyde)?
“Se credete che io mi sbagli, ditemi dunque che esistono ancora:
“Quei discoli che pretendevano di mangiare, dopo averli ben masticati, vermi e lombrichi, invitando successivamente i più piccoli a imitarli, ma con la sola conseguenza che gli innocenti sputavano immediatamente, schifati dall’appena percepito sapore.
“E quelli, discoli campioni, che non svolgevano i compiti a casa, per poi annunciare alla maestra che nel corso della notte era morta la nonna o era mancato il nonno (mai entrambi, ché l’intelligenza distingue il discolo degno e consapevole di esserlo), e la giovane insegnante, tutta simpatia e carezze, a bersela, estranea alla logica e in particolare all’obiezione naturale: rari, forse unici, sono gli alunni che svolgono i compiti la notte (solo quel giglio di Giulio fiorentino scriveva la notte, col padre, poco esemplare, invece a copiare).
“E quelli che, intendendo una celia, e distraendoti col dito che indica il sole, e tu – sciocchino! – a guardarlo per attimi, i sufficienti a farti fare la pipì nella tasca dei calzoncini corti, da questi che poi ti mostravano la peretta; e, ancora tu, dopo un accenno al pianto, tiravi un sospiro di sollievo, senza dubitare che la peretta, fredda, fosse strumento di depistaggio; no, non lo capivi, eppure la tua coscia era tutta tiepida…
“Non ci sono più i discoli di una volta. Che via piaccia o no, io vivo per garantirvelo, non ho altro da fare al porco mondo!” – e il porco non basta al mondo.
“Ve lo chiedo tuttavia retoricamente: dove sono finiti?” e tutt’intorno un retorico mutismo.
“Ma io lo so, sì che lo so, lo so bene dove sono finiti. Solo che non velo dico manco morto”. Qui sorride, senza con questo essere infame.

2 thoughts on “I discoli di una volta

  1. marsiano il said:

    quelli di oggi stanno tutti nelle pubblicità, ma tuttalpiù rubano le caramelle, o amano le loro auto nuove più dei loro stessi figli, o piccolezze simili.

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