L’uomo che non valeva una cicca

(Nemmeno)

L’uomo che non valeva una cicca (o 'nemmeno' una cicca))

Un uomo non valeva (nemmeno) una cicca. Avremmo voluto esordire diversamente, per esempio con la frase: “Un uomo era noto per non valere (nemmeno) una cicca” oppure: “Il famoso uomo che non valeva (nemmeno) una cicca ecc.”. Così facendo, però, avremmo falsificato la realtà oggettiva, in quanto il fatto di non valere (nemmeno) una cicca non gli apportava alcun genere di fama o notorietà. Tutt’al più si potrebbe parlare di una nebulosa e inutile distinzione interna a una seppur ampia cerchia di uomini che non valevano (questa o quella cosa).
Fatta questa premessa (e aggiungendo che non ripeteremo l’avverbio “nemmeno”, sia per evitare di appesantire la narrazione, sia per la, in fondo, pleonasticità dello stesso), proseguiremo riferendo per sommi capi un curioso episodio che lo vide protagonista qualche tempo fa.

Dunque: l’uomo che, non valendo una cicca, non aveva alcun peso sociale e antropologico, poteva nondimeno contare su un piccolo diversivo che gli dava l’illusione non certo di valere qualcosina (non ci spingeremo a tanto), ma che, se non altro, serviva a svagarlo per un paio di giorni all’anno.
Come accadeva da oltre un paio di lustri, l’uomo che non valeva una cicca partecipava annualmente al Campionato nazionale degli uomini che non valevano (qualcosa – o meglio: qualche cosa. Meglio ancora: nessuna cosa. Ma attenzione al tranello della doppia negazione, di cui qui non vogliamo trattare) che si svolgeva a Nonvalenza, cittadina sul fiume Unnulla (così detto perché aperto dagli Unni nel corso di una loro scorreria condotta per un errore di valutazione geografica).
Certo, alla luce delle risultanze delle precedenti competizioni, il cui alloro era andato senza eccezioni all’uomo che non valeva niente (seguito dall’uomo che valeva poco o niente), la partecipazione alla gara non sembrava prospettargli speranze, non si dice di vittoria, ma di un discreto piazzamento in testa alla graduatoria. Nelle passate edizioni, infatti, non era mai andato oltre il 20° posto, sempre schiacciato fra l’uomo che non valeva un fagiolo (che lo superava soltanto perché ricorreva all’espediente – secondo molti inammissibile – di vantarsi da solo) e l’uomo che non valeva un fico secco.
In classifica, l’uomo che non valeva una cicca era di solito preceduto dall’uomo che non valeva un corno, dall’uomo che non valeva un’acca, da quello che non valeva un cavolo e, soprattutto, nelle posizioni più alte, da diversi uomini che non valevano, nelle numerose varianti linguistiche regionali e locali, un membro virile o quello che con lo stesso è possibile fare nel tentativo di supplire all’astinenza dai piaceri fisici e sensuali.
Malgrado dunque il drammatico scenario che non pareva dargli – ancora una volta – alcuna speranza, per non dire illusione, l’uomo che non valeva una cicca, nell’apprestarsi al viaggio che l’avrebbe condotto a Nonvalenza, confidava debolmente in un piazzamento onorevole (ossia fra i primi cinque) a seguito di due (o tre) significativi sviluppi:
– la morte dell’uomo che non valeva un fagiolo contestualmente a quella dell’uomo che non valeva un fico secco;
– l’esclusione dalla competizione, fortemente voluta e abbastanza facilmente ottenuta dal locale Comitato di Decenza Semantica, dei concorrenti che ricadevano nella categoria di quanti non valevano un membro virile. Aveva sostenuto nel corso della sua battaglia il Comitato: “O costoro si presentano sotto i loro veri nomi senza ricorrere a furbizie semantiche, oppure non se ne fa niente”.
Le vittime di questa campagna, in verità, non avrebbero avuto difficoltà o imbarazzi a ottemperare al seppur discriminatorio aut aut. Purtroppo, a dar manforte al Comitato era intervenuto un secondo Gruppo d’Opinione (ben più influente del primo), dell’opinione indimostrabile che “presentarsi in pubblico sotto smentite spoglie è contrario alla Natura (tirarono in ballo, a sostegno di tanto, un ostico passaggio d’uno pseudo-Aristotile, ndr) e ai Paesaggi dell’Anima da essa voluti”. Inizialmente contestati da un filosofo da quattro soldi, ne ebbero curiosamente l’avallo dopo avergli garantito la partecipazione a una sezione fuori concorso del Campionato nazionale degli uomini che non valevano (in quanto fuori concorso, il filosofo non poteva temere concorrenti, nemmeno il celebre filosofo da tre soldi 1).

Carico di una specie di ottimismo sottopelle, l’uomo che non valeva una cicca prese il treno per Nonvalenza. Pur non essendo un fumatore, occupò uno scompartimento (del tutto libero) riservato a questo tipo di malati, in modo da tenere costantemente sotto controllo la situazione delle cicche nei portacenere, sia quelle che ne erano già contenute, sia quelle eventualmente depositate da (scongiurabili) compagni di viaggio. Di fatto, la prima cosa che fece, dopo la seconda (l’essersi seduto), fu un’attenta analisi delle cicche. Ne trovò sette, le quali, vagliate, si dimostrarono cicche che non valevano un uomo. Ciò fu per lui un segno benaugurante.
Col trascorrere del binario sotto il treno, l’uomo che non valeva una cicca si lasciò annegare in un dormiveglia di fantasie de li nervi che gli fecero vagheggiare un quasi certo piazzamento di prestigio (tipo entro il quinto posto), automatico viatico per altri concorsi di umiliazione e autodegrado, primo fra i quali (sognò in un sogno interrotto, vedremo subito come e perché) la Gara Nazionale di Commentatori (con Partita IVA) di Quotidiani Online, nell’ambito del Festival Generale di Adalgisi e Scrittori. Non più contenibile, quella beatitudine, squarciandogli la pelle, si fece epidermica nel momento in cui un sussulto lo riportò alla veglia, in coincidenza con l’ingresso nello scompartimento di un viaggiatore beneducato, che lo salutò e prese posto sul sedile di fronte.
Verso la penultima fermata prima di Nonvalenza, costui si accese una sigaretta, che consumò con l’aria di chi è in pace col mondo. Quasi sul filo del filtro, la spense con cura contro il coperchietto del portacenere. Ed esalò un cerchio di fumo fino ad allora trattenuto, si sarebbe detto, come suggello a un’esibizione di abilità sempre più rara fra gli artisti del fumo.
I due viaggiatori, senza parlarsi, capirono di essere diretti alla medesima meta. L’uomo che non valeva una cicca fu aggredito da un colpo d’ansia sospettando che lo scopo del viaggio dell’altro fosse anche il suo.

L’angoscia, si sa, rende l’uomo inurbano. Con l’altro che assisté di un sorriso curioso al gesto, egli infilò la mano nel portacenere e ne estrasse due o tre cicche. Le saggiò fra le dita, le annusò, ne isolò una in particolare, dalla quale sollevò poi lo sguardo per rivolgerlo all’uomo che gli stava davanti. Si sarebbe maledetto con un urlo per aver riconosciuto con tanto ritardo i lineamenti caratteristici dell’uomo che non valeva mezza cicca. Ma i conduttori avrebbero preso severi provvedimenti nei suoi riguardi, sicché strinse a sé con tutte le forze il suo globo portatile di disperazione 2.


1 Ovviamente autore di una non celebre Opera da due soldi, che non valeva un soldo. Ne fu tratta una versione cinematografica che migliorò del doppio l’originale, facendone una pregevole Opera da quattro soldi. (Il filosofo da quattro soldi gridò al plagio: “Al plagio, al plagio, al plagio!”, esagerò. Il filosofo da tre soldi, a sua volta, urlò “Al plagio, al plagio, al plagio, al plagio!”, come si può notare, per ben quattro volte. Nessun filosofo da due soldi si è fatto ancora avanti gridando, per almeno due volte, “Al plagio, al plagio!”. Lo stesso dicasi di un eventuale filosofo da un soldo).
Per inciso: in molti ci hanno scritto – in particolare alla luce delle nostre più recenti esternazioni (si seguano i tag “filosofo”, “filosofia” e simili) – accusandoci di avercela con i filosofi, il che non è filosoficamente ma soprattutto filologicamente vero: non siamo noi ad avercela con i filosofi, ma i filosofi a non avercela con noi.
Senza voler fomentare nuove polemiche, aggiungiamo che lo stesso potrebbe dirsi a proposito di adalgisi, scrittori e antropologi di maniera.

2 Chissà se, con marsiano, potremmo definire con il termine “sottacquone” il senso intimo di questo episodio. Magari ce lo dirà lui stesso.

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