L’uomo che entrava in un caffè

(Quando lo splash non è ovvio)

Un uomo entra in un caffè splash
Un uomo entra in un caffè splash (generico).

Un uomo, che nonostante gli accorati, disperati, masochistici appelli rivolti alla voglia di lavorare, non ne era mai stato aggredito, si era ridotto a (o accontentato di) spacciarsi per un filosofo.
La mattina relativamente di buon’ora (le 9 sono un’ora sufficientemente buona rispetto, per esempio, alle 6.30/7.00 – nel caso in cui uno si sia coricato, magari ubriaco fradicio, intorno alle 2.30/3.00 1) soleva fare il suo abituale giro per certe zone della città, inoltrandosi in tutti i suoi meandri e vicoli – dove l’uomo della strada non osava –, note per essere il dominio incontrastato e incontrastabile di individui affamati di sete di sapere ai quali, dopo l’immancabile predica con cui faceva loro notare che essere affamati di sete di sapere era una sorta di ossimoro (in realtà era un espediente dilatorio affinché, nel momento in cui essi venivano dissetati o sfamati, potessero assaporare meglio le dosi benedette di sophía), iniziava a somministrare se stesso a quel popolo malato sotto forma di panzana e baggianata vivente del filosofo per il quale (appunto) si spacciava. Va precisato che, non essendo uno scemo, soleva cautelarsi in due modi. Il primo con l’esortazione “Abbiate Pazienza: prima pagare, poi sophía”. (Pochi isolavano la citazione). Il secondo, lo si scoprirà fra poco meno di una riga.
Dissetati gli affamati, l’uomo, un po’ claudicante malgrado le pezze protettive applicate dove andavano applicate, si recava a casa del filosofo per cui si spacciava, dove avveniva la spartizione del ricavato: a lui toccava il 15 per cento. Non era tantissimo, ma, considerando anche l’assicurazione contro le possibili aggressioni da parte della voglia di lavorare che il suo commercio gli garantiva, mica si lamentava.

Il bello della giornata di quest’uomo arrivava intorno a mezzogiorno/mezzogiorno e un quarto, allorché si dirigeva verso il locale destinato ad ospitarlo, insieme a certi suoi compagnoni, per il resto della giornata. Il locale era il celebre Caffè Splash, divenuto proverbiale in virtù del fatto che quando un uomo (comune) vi accedeva, si poteva udire distintamente il suono “splash”.
Il pressoché inspiegabile fenomeno acustico incuriosì fin dal primo “splash” (verificatosi, secondo fonti attendibili, intorno all’anno mirabile 1922) centurie di studiosi di acustica al soldo di filosofi – vergognosi di esporsi in prima persona per indagare su quella che sembrava una sciocchezza. Nessuno, tuttavia, venne a capo del mistero dello splash. Ragion per cui, superato il complesso della vergogna, i filosofi presero a frequentare (prima clandestinamente, camuffati da storici dilettanti; poi – dopo aver pagato, e vinta la loro fisima – in modo aperto e solare) il Caffè.
Anzi, era stato loro riservato un séparé, dove potersi riunire in santa pace e discutere dello splash.
Ora, con malizia analettica, abbiamo fin qui omesso un particolare non secondario della vicenda, che è: quando un filosofo (o anche un antropologo di maniera, se è per questo) entrava nel Caffè, non si udiva alcun suono notevole (ad eccezione dell’occasionale richiamo anonimo a chiudere la porta quando questa veniva sbadatamente lasciata aperta o socchiusa).

 richiamo anonimo a chiudere la porta del Caffè Splash
La foto rivela che il richiamo alla porta è anonimo di per sé, ma di fatto emesso dall’uomo entrato nel Caffè Splash (propriamente detto).

Che l’ingresso di filosofi nel Caffè non causasse il caratteristico splash, aggravò la loro sete di sapere e di assenzio, il quale, a sua volta, tramutava la sete (mai spenta) in rabbia tutta da controllare accompagnata da visioni allucinate. Ecco il motivo della segregazione vigente nel locale.
Avventori comuni nella saletta principale, ai cui tavoli si affollavano dopo lo splash d’entrata nel Caffè. Di là, in volontario apartheid, filosofi consumati dal dibattito e dal suo fallimento. I primi si davano al buon tempo fino all’ora di chiusura, spendendo tutti i propri averi in baldorie immotivate. Più o meno ogni quarto d’ora, la compagnia si ingrossava di un nuovo commensale, che, fatto splash entrando nel Caffè – per l’ilarità dei suoi simili – si frammischiava agli allegri compari.
Di quando in quando, qualche filosofo, cedendo all’istinto, vieppiù alimentato dai deliri alcolici, sgattaiolando dal retro e guadagnata con un sensibile barcollio la piazzetta antistante il ritrovo, presa un’incerta rincorsa imbracciando un immaginato ariete, precipitava nel Caffè con tutte le sue forze, augurandosi che tanta irruenza potesse valere ad amplificare l’effetto sonoro dello splash nell’eventualità che l’effetto venisse ottenuto.
Ma il patetico ingresso passava inosservato e, quel che è peggio, inaudito, giacché – fra i clamori indifferenti degli uomini semplici – di splash nemmeno l’ipotesi.

Decenni di insuccessi hanno, in tempi recenti, indotto i filosofi a pianificare una possibile inversione delle parti. È stato prodotto un ciclostilato programmatico comprendente una decina di punti, tutti trascurabili eccetto il decimo, che invoca: “Al filosofo che, entrando in un caffè voglia fare splash, non resta che spacciarsi per un uomo”.
Un uomo, interpellato circa la disponibilità ad assumere gli irreversibili panni del filosofo cedendo i propri (con tutte le conseguenze del caso, incluso il rischio di essere aggredito dalla voglia di filosofare), dopo avere esaminato con attenzione i primi nove punti del progetto-quadro e averli trovati irricevibili, indugiando sul decimo con apparente interesse e con sul volto un’espressione che lì per lì ha dato speranza agli interlocutori, ha tuttavia concluso netto: “A me queste frasi sotto salafro non mi convincono”.

Il biondo filosofo nel séparé
Un biondo filosofo (a destra, con la sigheretta) in distratto ascolto dell’uomo che sottolinea come le frasi sotto salafro a lui non lo convincono. La scena ha luogo nel séparé.

1 In questi orari, i punti possono stare tranquillamente per virgola.


Immagini tratte (con parziale elaborazione) dal film Masculin, féminin, 1966, Jean-Luc Godard.

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