Il cerchio e la botte

Evoluzione naturale delle forme verso la materia

Circolaristi vs linearisti: una guerra che dura dalla notte dei tempi

Il cerchio e la botte Evoluzione naturale delle forme verso la materia Le forme percepite destano sensazioni curiose e idee imprecise nell’Uomo (elenchiamo soltanto mistero, fascino, prurito di sfida e volontà di violenza). Affermazioni come questa, per poter avere uno sviluppo, di norma poggiano su riferimenti a loro volta inesatti o immaginari o collocati in epoche e situazioni non suscettibili di verifiche: miti e leggende o, nel caso qui prescelto per nostro comodo, “notte dei tempi”. In questa famosa notte dei tempi (che comprendeva anche il giorno, di durata variabile, in termini di ore di luce, probabilmente come adesso, a seconda della latitudine) accadeva di tutto un po’.
Secondo quanto sostiene la maggioranza, in quelle Ore, l’Uomo – “questa impressione che Egli stesso ha di sé come di un’ombra nel Tempo” – era primitivo per l’attuale carenza di aggettivi, oppure, per esuberanza di improvvisazione, oggi è detto “delle caverne”; eppure Egli sussisteva in vari habitat, meno costrittivi e umidi, in spazi senza tetti né leggi, larghi e lunghi, assolati, in aridi e crepati magredi privi di orizzonti e quinte, dentro o fuori ben aerati capanni di foglie, canne, mota, annidato sui rami di alberi rubando uova o acquattato ai loro piedi a separare le api dal favo e il favo dal miele, in mezzo a ghiacci che rendevano meglio l’idea di ingrata eternità. Un po’ ovunque, viveva, dedicando parte del suo tempo anche a guardare le cose – che vedeva benissimo, in tutta la loro nitidezza.
Restando inteso che di tutto questo non abbiamo prove, stabiliamo sportivamente che l’Uomo si nutriva di forme: i cerchi, quali il sole che lo accecava; la luna, dalla cui tendenza a dimezzarsi, squartarsi, falciarsi, era stupito ma non ferito gli occhi.
Quando Costui vide la prima Ruota, non dovette chiedersi da dove e come provenisse, chi eventualmente l’avesse costruita, quale ne fosse lo scopo (o l’utilità), ma stette a osservarla a lungo, per un giorno e una notte (di mezza luna, poniamo) dei tempi, impressionato e confuso, finché si ritenne pronto a paragonarla a un cerchio.
Quest’uomo, trascorso il tempo di sconcerto, riflessione e similitudine, sgombrata la mente dai bachi teorici, si munì di un qualcosa di incisivo (come uno stecco o un ramoscello) e tracciò in terra una rappresentazione (illusoria e fuorviante) di forma circolare, senza darle un nome. Parliamo di tempi in cui le “cose” non si usava nominarle, né per sbaglio né per caso né per scherzo. Lì iniziò una nuova fase di riflessione e di pensiero: sul cerchio.
L’esperienza era interminabile, o terminava solamente con la morte dell’uomo. Al quale succedeva un altro uomo (forse figlio – o vicino al defunto per chissà quali relazioni, ma più giovane) cui toccava l’incarico di osservare il cerchio per un periodo di tempo che si concludeva soltanto con la morte di questo nuovo osservatore. Seguiva poi un altro a rilevarlo nello studio inutile.
L’inutilità – diversamente non poté essere – si dovette risolvere nell’assimilazione di questa forma o figura a un evento che, ripetendosi, dava (a insaputa generale) un senso alla vita, avvertita come un cerchio. O circolo.
Con l’aumentare esponenziale di osservatori e riflettori, si può supporre, o – ancora – stabilire, che Uno di essi trovasse conveniente trasformare la somma di questi momenti perduti in un’attività fissa ed esclusiva, nel senso quasi odierno di occupazione, sebbene non retribuita. Un successivo, compiendo un passo da gigante, trovò il modo di essere retribuito, prima con lo stupore svegliato in quanti ne ammiravano la resistente capacità di osservare il cerchio, e costruendovi intorno pensieri; in seguito, facendo leva su possibili e favorevoli conseguenze dello stupore, ottenne per ricompensa un’illimitata idolatria nei suoi riguardi. Gli idolatri offrivano, a scadenze opportune, doni (cibi e ingenui manufatti) all’osservatore di cerchi, dimodoché costui non aveva (o non avesse – se vi era intenzionalità negli adoratori) cure d’alcun genere, in primis necessità di svolgere attività che comportassero fatiche per provvedere a se stesso.

Quando l’Uomo vide per la prima volta il Monolito, lo vide due volte, ovvero in due successive angolazioni mentre il fenomeno ruotava verticalmente su stesso.
Mutatis mutandis, all’evento seguì una serie di reazioni analoghe a quelle avute dal primo Uomo che vide la Ruota. Unica differenza, che ci pare ovvia: quest’uomo (abitante di deserto umido) segnò il suolo di un lunghissimo segmento, o linea. (La lunghezza suppliva, come un lamento poetico, all’impossibilità di riprodurre visivamente il perturbante movimento rotatorio. Perciò non è il caso, secondo l’abitudine dell’antropologia classica, di gridare ai limiti “insiti” nella percezione “primitiva” dell’ambiente e delle sue manifestazioni).
Per il resto, l’esperienza di quest’uomo e quella dei suoi successori – osservatori di fenomeni incatenati all’idea di linea – furono simili, nei diversi stadi, a quelle degli osservatori di cerchi: perplessità, emozione, affinamento dell’astuzia, volontà di riscossa, affermazione di sistemi tribali di idolatria.

Questo genere di idoli prosperò nei secoli, sia fra circolaristi che fra linearisti, prosperò rispettivamente circolarmente e linearmente, finché intervenne il momento della frattura interna.
Fra i circolaristi, un uomo entrato misteriosamente nei presunti misteri del sapere degli osservatori di cerchi, si dichiarò genericamente “filosofo”. Lo stesso – pressoché contemporaneamente – fece un uomo trovatosi magicamente addentro alle conoscenze segrete degli osservatori di linee.
Entrambi, nelle rispettive tribù, introdussero argomenti ostili e cattivi, che, dal giorno alla notte, mandarono in definitiva rovina circolaristi e linearisti tradizionali, che si estinsero come bestie.
Non si conosce il nome del primo filosofo circolarista più di quanto si conosca il nome del primo filosofo linearista. Si sa che furono imitati da molti, i quali, dichiaratisi filosofi, formarono consorzi con altri che si dichiararono filosofi (o pretesero di farlo). Si consideri che ne conseguirono frizioni e discordie di pari, grave entità tanto fra circolaristi che fra linearisti.
I consorzi delle due parti (o fazioni) non tardarono a degradare in ulteriori camarille e cricche, al punto di perdere di vista l’oggetto del loro pensiero: il cerchio da una parte e la linea dall’altra.
Il degrado fra gli osservatori di cerchi si protrasse, circolarmente, per secoli, e per secoli si manifestò, linearmente, fra i linearisti, generando – per successive frammentazioni – succursali mostruose, in cui idoli e idolatri si mischiarono, fomite di dispute cruente e guerre intestine che, in ultimo, ne determinarono la indistinguibilità.
È invece storicamente plausibile che, senza più speranza di sanare i dissidi interni, circolaristi e linearisti, dopo essersi smarriti nel nomadismo incestuoso, riemergessero alla storia (verso il finire della notte dei tempi, in un’alba tenue ma per loro già abbagliante) rinvigoriti dall’imbastardimento con in mente quel tipo di progetti foschi che adunano genti parzialmente smemorate sotto la bandiera della confusione. Oggi, modernamente, noi parleremmo di folle disturbate da un certo nervosismo la cui unica cura è soddisfare la sete di sangue nemico. La loro irritabilità, per essere risolta, esigeva l’individuazione di un nemico.
Non fu facile trovarlo, ma, non mancando di tenacia, i discendenti degli osservatori di cerchi e linee scatenarono una guerra – ancora primitiva – mirata al reciproco annientamento. La guerra, benché relativamente sanguinosa, non diede vincitori e vinti – un esito da sempre frustrante per il belligerante. Invece, non fece che accentuare il nervosismo e il sentimento di inadeguatezza di questi gruppi tribali.
Si tentarono negoziati, ripetutamente, che ottennero intervalli di paci precarie. Poi tutto riprincipiava, in modo circolare e, quel che è peggio, lineare. Ci spieghiamo meglio.
L’impressione storica (da molti data per quasi certezza) è che queste lotte si replicassero incessantemente in modo circolare (nel tempo) entro cerchi separati e sovrapposti (nello spazio) e tendenti alla compressione del nemico come la garrota intorno al collo del ribelle spagnolo, bensì vanificati da linee di resistenza interne (nucleari) tendenti all’espansione (come i polmoni dei ribelli all’annegamento controllato).
Questo processo di compressione contro espansione (che travalicò la forma di guerra ai nervi) durò millenni, e fu impercettibile. (Solo oggi è pensabile, purché in una prospettiva accelerata). Milioni di cerchi, in tutta la loro inconsistenza, finirono per accumularsi l’uno sull’altro, nel tentativo di soffocare le innumerevoli linee di resistenza sorgenti come terrigene al proprio interno, e che, nel parare l’offesa, concentravano la propria energia contro i punti prevedibilmente più fragili delle pareti dell’inattesa macchina d’assedio, quelli mediani, idealmente situati l’uno a destra e l’altro a sinistra dell’astratto titano, sui fianchi, cioè (sempre astratti).
Osservatori esterni di cerchi e di linee, dal culmine di colli adiacenti, cercavano di fissare in raffigurazioni superficiali e/o rupestri quel fenomeno tutto formale, una sfida infernale alle loro capacità manuali. Tutto fallì – come confermano le branche artistico-archeologiche dell’antropologia di maniera.

Fu in epoca, grosso modo, leucippico-democritea, che l’Uomo, insieme agli Uomini, acquisì un’efficace coscienza dell’inesorabile evoluzione di queste pure forme verso la materia. L’infinità di circoli e linee astratte, sempre in lotta nel loro stallo, finirono per costituire, per volontà atomica, un oggetto (“cosa”) geometricamente impressionante per l’unicità della sua forma, diventata per altro reale (visibile in sé, oltre che per raffigurazione, e teoricamente tangibile). Parliamo – se non dovesse essere ovvio – di qualcosa completatosi in una consistenza la cui perfezione, indicata dall’armonia delle parti, riuniva in sé il diabolico e il divino (nel senso ancora pagano), e che escludeva paragoni con analoghe manifestazioni di ambiguità naturali o artefatti umani tuttora cibo per speculazioni destinate a non trovare e dare requie. (Pensiamo, anche, all’uomo dolmen).
Questa, per tratti forse scarni ma essenziali (ché il convento antropologico, assistito dalle sue diramazioni, di più non passa), la genesi della botte.
(In altro tipo d’analisi, non mancherebbe posto per il sospetto del paradosso, laddove si guardasse a questa fenomenologia con il solito, estremorazionale occhio zenoniano: da oggetto finito, ruota e monolito, scompostosi per l’osservatore, come a scopo didattico, nei suoi elementi formali astratti, per successivi passaggi e arbitrari filtri percettivi, si tornerebbe alla materia finita e significativa).

Con l’estinzione dei filosofi, il cui monopolio fu soppiantato (anche con punte di arroganza) da matematici e fisici (e si tratta, stavolta, di tempi brevi: siamo in piena epoca diogenea), l’osservazione sistematica (ormai “studio”, quindi) della botte prese inclinazione a concentrarsi non più sui suoi costituenti intimi (“per così dire”), ma su quel volume “irregolare” a rispetto di altri noti – ben categorizzati e non più capaci di minacciare imbarazzi –, rovello secolare dei suoi studiosi.
Chi è onesto con se stesso e con il mondo, sa che ancor oggi per fisici e matematici (dai quali non trapelano però ammissioni ufficiali al riguardo) l’irregolarità della botte è un duro tormento con cui convivere.
Appena nel Novecento, individui bizzarri, e non comprovatamente membri di regolari comunità scientifiche, giocando a dadi con la botte e con il cerchio, lanciarono il loro azzardo. Almeno due germanici (Schfilze e von Globatze, monacensi dichiarati; ma il poeta Udo Schmalzel dubita che il secondo sia uno “zufällig Einwanderer” – forse ne tratteremo altrove) si sono espressi in termini di assurdo (per ripicca contro gli irlandesi, si bisbiglia, il che è in turno un assurdo), asserendo, ad esempio, quanto segue:

1) Facendo compiere (“eseguire”, pare provocare il primo, immaginiamo con l’avallo del secondo) al cerchio una rotazione di 90 gradi su se stesso (“a partire da qualsivoglia punto”, insiste), si ottiene nientemeno che un segmento. (Va sottolineato [commento nostro]: non una retta [prosecuzione astratta del cerchio su una terza o addirittura quarta dimensione – evidente il nefasto influsso storicistico, o più probabilmente il desiderio di compiacere agli storici]) (…) un miserabile e vano segmento.

2) Imprimendo una spinta di 90 gradi alla base (o al vertice) della botte rispetto all’immaginaria linea (sic – ma, detrattori, sigh) che la attraversa perpendicolarmente al punto esattamente mediano, otterremo un cerchio, e per giunta con aura.

Cerchio e cerchio con aura (botte
Non si può fanaticamente negare che il teorema tedesco introduca, se non un problema apprezzabile dalla comunità fisico-matematica ufficiale 1, un dubbio per almeno un aspetto, un aspetto e mezzo, sconvolgente. Una sua rappresentazione grafica lo rende per altro incontestabile: il cerchio, centrale all’aura, dimostrerebbe, à rebours, il lungo processo – cui si è accennato per capi sufficienti, ci pare – che, per graduale sovrapposizione di cerchi di diametro variante, ha originato l’armatura della botte.
Chi contesta la completezza del quadro, argomentando con una sarcastica domanda: “E che fine hanno fatto le cosiddette ‘linee’ evolutesi in forma di materia pluridimensionale?” (le doghe, ndr), lo fa “unicamente per addestrare la lingua a schioccarla in bocca o a leccarsi le labbra screpolate dal vento gelido” (Globatze, ndr). E per i due germanici la questione è chiusa.
L’atteggiamento di chiusura – vogliamo leggere fra le righe – non è dopo tutto sinonimo di arroganza, ma un sottinteso invito, rivolto a uno storicismo tuttora disarmato, a considerare che la guerra iniziata in epoca dimenticata è ancora in atto, un conflitto in cui continua a prevalere il cerchio, benché ogni sviluppo sia possibile. (Come dire: vi faremo sapere, data la vostra reticenza, quando il quadro bellico subirà mutamenti sensibili e interessanti). Questa la valutazione dal verso opposto allo scientismo.
Alla luce di tale prevalenza, parrebbe emergere non tanto la superiorità della botte rispetto al cerchio, quanto l’intrinseca capacità di evoluzione di una figura geometrica (piana: questo è il punto, e no pun intended) verso la “cosa”, senza, oltretutto, la mediazione del solido. (In agguato il problema dell’involuzione dei solidi; ma qui occorrono altri nervi, altro fegato, altre battaglie).
Una domanda che potrebbe far pensare, retoricamente, a un’affermazione: verrebbe dunque in tal modo a decadere se non altro il prestigio del cerchio, e la contrabbandata intangibilità di un’idea di perfezione? E con quali eventuali ricadute? (Vedi indotto di pensieri orientali, e.g.).
E altri dubbi: si porrebbe la questione – prima o poi – della quadratura della botte? E se sì, a chi, in termini pratici, si porrebbe? E andando a toccare i solidi, che dire di una fantascientifica sua cubatura?
I filosofi-serif (un po’ meno gli storici con la “s” senza grazie, ma non tutto tace) cominciano a udire il rombo del tremore ai polsi: ripensare tutto, ripiombare nella notte di quei tempi del “di tutto un po’”, ripianificare un futuro senza la stampella dell’eternoritornismo, dimenticare Vico e i cantori suoi emuli, prendere d’assalto le cantine, sequestrare e poi eliminare i cantinieri nettamente contrari a che i filosofi s’impadroniscano irragionevolmente delle botti; eppure la ragione, per loro, è più che chiara – anzi solida – anzi, no, piana – anzi…: trovare rifugio nella botte, sperando che, alla fine della guerra, sulla compressione dei cerchi prevalga l’espansione delle doghe, unica via di scampo l’abbraccio soterico di Diogene, dirsi cani, dirsi porci, piegarsi, spezzarsi, atomizzarsi in punti e se necessario violare altri paradossi, tutto pur di non dover ricominciare da dove è tutto sbagliato, è tutto da distruggere, e sapere che è tutto giusto, ma proprio per questo da rifare.

*

Quando tutto è detto e fatto, rimangono i soliti poeti, esclusi dalle botti e dai cerchi, per le strade e per le piazze, a branchi, a grattar via rogne tramite le loro riflessioni vantaggiosamente indimostrabili.
Uno di costoro, che si dice, per vanagloria, “dai tanti nomi”, pratico dell’assurdo quanto tuo cugino (anche lui militante nella vanagloria) lo è del discorrere di ciò che nasconde il femminile boschetto della decenza, illuminandosi d’intenso proclama:
“Certo, continueremo, nelle ere, a dare una botta al cerchio e una alla botte, consapevolmente ignorando di star facendo la stessa cosa, giacché dando botte alla botte avremo anche dato vino ai vini (continua, incomprensibile, ndr)…
“E che ne sarà della leggenda di Attilio Regolo?
“Che ne sarà di que’ bimbi ritratti alonati in foto seppia, in orgogliosa posa coi loro cerchi da far rotolare per il mondo, quei fanciulli che, vestiti alla marinara, quale sola concessione alle loro malattie consuntive, ottenevano dai genitori un permesso breve per lanciare il loro gioco davanti a sé, governandone il viaggio con il bastoncino, e vi furono casi di questi giovani condannati che, fallito l’arresto del velocissimo circolo in prossimità di un declivio, lo inseguivano dopo averlo perduto di vista, urlando di rabbia e di dolore, inseguiti dai parenti disperati e presaghi, finché il declivio terminava e poco lontano, fuori strada, fra i rovi, si era andato a infilare quel maledetto e perfetto arnese; e il bimbo smetteva allora i pianti, si affrettava felice in quella direzione, mentre sopravveniva un autoveicolo che, pietoso, gli risparmiava in un battibaleno le sofferenze che nei mesi futuri avrebbe preteso il suo male prima di abbandonarlo a sé.


1 Attacca uno di costoro, probabilmente un russeliano (sotto lo pseudonimo di Dr. Feelhot): “Non è fondamentale che l’asse attraversi la botte nel punto mediano, è più importante la sua posizione rispetto all’osservatore, partendo dal presupposto che questi veda la botte lateralmente e che questa sia appoggiata sulla base acicolare (sic; ma “a” iniziale dovuta a uso di tastiera tedesca; grassetto nostro), il che non è sempre vero, anzi, spesso vengono tenute sdraiate per apporre un rubinetto su una delle due basi circolari.
Ma se la botte è in posizione da stoccaggio, diciamo, l’asse della rotazione deve essere perpendicolare al piano individuato dall’asse verticale della botte e il punto di osservazione. ma anche questo è un po’ alla carlona, il linguaggio matematico è molto preciso. Insomma, vi siete cacciati in un ginepraio”.

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