Nicolò Funìcoli, fu Nicola

I sogni non son desideri

Nicolò Funìcoli, fu Nicola I sogni non son desideri

Portafette onirico di salame ungherese (o” vita di veglia” o “la vergogna del povero”), rapparagal – Museo Prinz und Zessin del gran-ducato.

I sogni di Nicolò Funìcoli, fu Nicola, sono soliti avverarsi. Per esempio opposto: non sogna mai di vincere il lotto o di trovarsi al posto di Woody Harrelson nel secondo episodio 1 (stagione 1) di True Detective, né tantomeno sogna gli 80 euri di Pimpinella-Botticella-Sputazzella (del quale però sognò l’avvento). Viceversa sogna spesso di essere disoccupato, essendone in fondo felice per motivi ideologici.
Soltanto qualche giorno fa un clamoroso caso di quasi mancato avveramento di un suo sogno ha quasi sconvolto la sua routine onirica. Si sottolinea virtualmente i due quasi (all’apparenza ridondanti) perché, di fatto, è accaduto un qualcosa di strano, un episodio che pare stia inducendo Nicolò a rivedere la sua posizione non tanto rispetto all’avveramento dei sogni, quanto quella più consona da assumere a letto quando, inesorabile, viene l’ora del coricarsi.
Oltre a ciò, su suggerimento di un conoscente (non amico, ché il Funìcoli, fu Nicola, non ne ha di veri – nel senso di reali – e ancor meno propri – nel senso di suoi) biologista e studioso di orientamento del letto nello spazio ai fini di riposare secondo i dettati di talune convinzioni di stampo ascetistico, come quelle propalate, ad esempio, dal feng shui (si calcola che un corretto orientamento del letto possa allungare la vita di una persona, anche accanita fumatrice e dedita all’abuso di alcol e metanfetamine, fino a 25 anni – intesi come anni feng shui, che in anni occidentali equivalgono massimo a 23, purtroppo; ma è già qualcosa. Essendo grosso modo in discorso, sappiamo che l’utente di crystal meth non raramente ha difficoltà a prendere sonno, ma certo non ad assumere la giusta posizione a letto e, soprattutto, in linea di massima, è in grado di valutare l’orientamento del giaciglio), ha spostato il suo letto di 10 cm a sud-est, accorgimento che dovrebbe allungargli l’esistenza di almeno 6 mesi (occidentali).
Il fatto però sta: la notte di quel giorno fa, Nicolò ha avuto in sogno la lucida visione di se stesso che, trovandosi all’ufficio postale per pagare la bolletta della SIp (Società Intercomunicazioni del parapagal) ammontante a kl (kelli) abbastanza, più quella famosa commissione sulla quale s’è già polemizzato (non riportiamo l’importo totale esatto del balzello in ottemperanza a un altro e ben più importante dettato, quello della Privacy), al momento di estrarre le carte moneta, nota nel suo vecchio portafogli a comparti oramai comunicanti (voluti dall’opera usurante del tempo), la surreale presenza di alcune fette di speck, avvolte in carta oleata. Si può solo immaginare (con l’eccezione degli analisti onirici professionali ma anche no, che da nulla sono sorpresi, nemmeno durante la veglia) lo sconcerto del Funìcoli, il quale – sempre nel sogno – quale prima reazione controlla (onde evitare la figuraccia) se nel comparto di norma destinato al deposito delle monete metalliche, ve ne siano un numero di valore pari a quello della valuta cartacea curiosamente soppiantate dal salume. (E diremmo di annoverare anche questa speranza peregrina fra le manifestazioni del surreale tipico dei sogni).
Ma anche lì, fette di speck (che, fino a un certo punto curiosamente, si adattano perfettamente allo spazio del marsupietto per le monetine).
Preda della disperazione (sempre onirica), per sua fortuna, oltre a evitare il dileggio generale data l’assenza di altri clienti, l’addetta allo sportello non solo non infierisce su Nicolò, ma gli sorride, e, nel dimostrargli con quel particolare sorriso tutta la sua simpatia, accetta per pagamento le fette di speck.
L’impiegata, di nome Wuda Dada – come ella rivela immediatamente senza richiesta alcuna – piuttosto che ricordare (sia pur lontanamente) la Daddario (della quale a questo punto avrete auspicabilmente apprezzato le doti), ne è una versione concava, della quale tuttavia lo sventurato si infatua senza indugi, senza indugi contraccambiato.
Wuda gli confessa il suo amore fulmineo mentre è intenta a dare al suo neoamato nientemeno che il resto dovuto in forma di fette di speck.
A questo punto, sentendosi per la prima volta in vita sua un umano, non perde (o crede di non perdere) tempo: invita Wuda per un caffè macchiato (ma con latte condensato).
Mentre l’impiegata pare sul punto di accettare l’invito, viene interrotta (il tutto sembra fatto apposta) da una collega di forma convessa, che al tempo stesso spezza il sogno di Nicolò.

Al risveglio, beato e riposato e presentendo che la sua vita si allungherà di ben più di sei mesi, Nicolò Funìcoli, fu Nicola, si fa bello e presentabile, ed evita di prendere il caffè in vaga illusione che di lì a poco ne avrebbe avuta occasione più mondana.
Naturalmente, prima di recarsi all’ufficio postale per pagare il canone SIp, si accerta che nel suo portafogli si trovi la somma debita all’erario telefonico, anziché (non si sa mai) le fette di speck sognate. Il sospiro di sollievo è d’obbligo dopo il successo della verifica: diverse (non si dice quante, sempre per rispetto al Garante) cartone fruscianti e odoranti come si deve.
Incidentalmente ma non troppo, segnaleremo che, per un disturbo linguistico forse attinente all’ambito dell’afasia, spesso Nicolò chiama l’ufficio postale “farmacia”, benché il viceversa non sia scontato, considerando che in più di una occasione dice di essere intenzionato ad andare a comprare i suoi medicamenti (specie l’en) alla “cosa”.
Nel caso in questione, il nome della meta non viene confuso. Egli avverte se stesso di star recandosi, per una certa commissione (anche quella esatta a nostro modo di vedere in forma di gabella impropria) all’ufficio postale.
Il locale risulta deserto di avventori. A un unico sportello egli, da un certa distanza, vede come una Giulietta affacciata l’impiegata addetta alla riscossione. Nicolò Funìcoli, fu Nicola, senza esitazioni ma senza dar l’impressione di una inopportuna foga, raggiunge lo sportello, osservando come l’impiegata, lungi dal ricordare – sia pur lontanamente – la Daddario (della quale a questo punto avrete indubbiamente apprezzato le doti più volte – si evince dalle occhiaie, e non dell’Alexandra o di Woody), ne risulta una versione concava e castigatissima.
Egli osserva – e anche ciò pare contraddire il sogno – che, stando al cartellino di riconoscimento assicurato all’altezza di un presunto seno della donna, il suo nome è Morena Iammejà. Fortunatamente, gli onirologi ben sanno che cosa sia la condensazione verbale, fino al punto di spiegare quella insolita “j”, forse.
Consegnato il bollettino SIp alla Morena, assiste di sottecchi alla di lei operazione, finché l’impiegata dichiara l’importo dovuto nel restituirgli la ricevuta.
Nicolò, come da sogno, estrae il malandato portafogli (evitando, per la vergogna del povero, di esibirlo). Alza poi lo sguardo verso la sorridente Iammejà, contraccambiando e porgendole alcune fette di salame ungherese.
Mostra un imbarazzato stupore solo nel momento in cui ella le consegna il resto, consistente in poche e sottili fettine dello stesso salume, senza l’oleata. L’ufficio è ancora vuoto.
Nicolò Funìcoli, fu Nicola, vorrebbe sprofondare per la delusione: è la prima volta che un suo sogno non si avvera.
Rosso in volto e sudato, farfuglia fra sé e la Morena: “Eppure ho controllato bene… che ci fosse la valuta cartacea anziché lo speck… Sono mortif…”
“Intendeva forse il salame ungherese?” pare volerlo cavare dalla confusione lei.
“Il salame ungh…? Ah, sì, volevo dire… il salame ungherese”.
“Non si preoccupi, cose che capitano”.
“Il fatto è, signorin… signora, che ho questo disturbo… la farmacia… l’ufficio postale… il medicamento… il noto medicamento finalizzato a…”
“Non si dia pena, le dico, è tutto a posto. Anche a me a volte non capita”, lo consola.
“Come sarebbe non capita?…”
“Ascolti, signore: le andrebbe un caffè insieme?”

Lui ha così atteso invano l’interruzione di un’impiegata di forma convessa. Tutto taceva. Nicolò ha capito di essere parte del tutto, una fibra indistinta dell’universo porco e senza supplizi da affrontare.

Nicolò Funìcoli, fu Nicola, nella vita di veglia (altrimenti detta “realtà”) non esiste, se non come condensazione verbale nella testa di un signore partenopeo, scapolo, che non ha mai assaggiato il salame ungherese.


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