Cinepanettone ’sto Stollen

Una storia di semplicità cretina

Qui spieghiamo che cosa ci siamo messi in testa di fare con l’approssimarsi del Natale (dunque, non fateci ripeterci).

 

Cinepanettone ’sto Stollen Kinostollen

Poster non ufficiale della Trilogia della tricologia, attualmente esposto nella cosiddetta “stanza della cipria” presso il Museo Prinz und Zessin del gran-ducato.


C’era una volta un uomo che aveva vissuto una vita per molti versi infame. Perché, vi chiederete voi? Vi chiederete? Perché vi chiederete? Cioè, perché vi chiederete perché? E che ne so, io… Comunque…
Un aspetto infame della vita di questo uomo, anzi, forse l’unico aspetto deleterio era che egli, da giovane, dimostrava troppo giovane e da vecchio dimostrava troppo vecchio. Quando invece era stato nel bel mezzo del cammin della sua vita, anziché dimostrare una via di mezzo, sembrava morto o forse non ancora nato. Se ne stava lì (come fuori dalla pagina o da quel gran copione di Dio che è la vita) senza dire né ah né bah e aspettava di nascere o di resuscitare.
Vi renderete senza dubbio conto che questa è una storia kafkiana.
Mettiamo subito le cose in chiaro: ogni volta che in una storia si parla di un qualche tasto di cezza con strane caratteristiche incomprensibili, subito a dire che è una storia kafkiana, con un personaggio kafkiano e robe del genere. Questo non va bene. Eh no, signori miei. Ma lasciamo stare, che non ci venga un emoscambio fra intestino, stomaco, abomaso ed esofago 1.
Questo personaggio kafkiano si chiamava Frank Kazka, e per rinfrescarvi la memoria diremo che faceva una vita indegna di essere vissuta, quella che i greci definirebbero un βίος ἄβιος. Difatti, provate ad andare in Grecia e dire a un greco queste due paroline: vedrete che vi prenderà per un matto da catena e se voi protestaste, lui vi direbbe che i greci non direbbero mai coglionate del genere. Come potete notare, la situazione diventa sempre più kafkiana.
Quando aveva quattordici anni, Frank Kazka decise di andare a vedere un film vietato ai quattordici. La cassiera del cinema, che si chiamava Elsa (con la esse dolce di “rosa”, e quindi bisognava pronunciare Elsa) e che aveva studiato dottrina a Heidelberg (perché era figlia di un pastore emigrato e dunque aveva fatto la comunione in Germania), era molto austera.
Chiese a Frank Kazka: “Quanti ani hai?”
Lui disse quattordici.
La Elsa disse: “Ma chi vuoi prendere per il bavero?” e lo cacciò fuori dal cinema altrimenti chiamava i carabinieri.
Per tutta la vita questo Frank Kazka aveva creduto che la Elsa non avesse creduto che lui aveva quattordici anni. Però, se invece di fare quella vita da mona, fosse stato più attento, avrebbe capito che la Elsa aveva detto “ani” e non “anni” (per via che sbagliava le doppie, retaggio del soggiorno crucco. Fatto ancor più grave di questo retaggio germanico era che sbagliava le aspirazioni. Tra le aspirazioni sbagliate, dobbiamo assolutamente annoverare il fatto che ella altroché la cassiera voleva fare da grande, bensì un altro mestiere, fra i più vecchi del mondo: l’inventrice del fuoco), e dunque, se ci fermiamo un attimo a ragionare al posto di dire e pensare stupidaggini, aveva ben ragione lei a pensare che Kazka aveva detto una bugia, perché solo certi tipi di rane hanno quattordici ani.
Quando compiette diciotto anni, questo uomo infame si presentò al cinema per vedere un film a base di scene oscene e sequenze osequenze, vietato ai diciotto.
La Elsa lo riconobbe senza fallo e gli chiese: “Quanti anni hai?” (stavolta intendeva proprio “anni” – ma sempre per un errore di aspirazione) e lui, bella testa di rapa morta, rispose diciotto.
La Elsa (che per fortuna di Franz non ebbe da ridire sull’assenza del fallo) disse: “Non ti credo. Fammi vedere la carta di identità”.
Lui tirò fuori la carta e gliela mostrò. La Elsa controllò attentamente e la restituì a Frank Kazka dicendo: “Io non mi fido della burocrazia e del governo in genere, perciò vai fuori o chiamo i carabinieri”.
Questa situazione era molto kafkiana e mitteleuropea (e non ci stancheremmo di ripeterlo mai, nemmeno dopo aver portato a termine la tredicesima fatica di Ercole, cioè leggere il nome Magris sulla copertina di un libro). Però la vita continuò.
Poi, per un certo periodo, Frank Kazka, riprese l’aspetto di un morto: se ne stava tutto il giorno seduto sul bordo di una fossa aspettando che qualcuno lo buttasse dentro e lo ricoprisse con una palata di terra. Ma ciò non successe.
Poi Frank Kazka diventò giovanotto. Aveva circa trent’anni, ma ne dimostrava sessantadue, come a Charlie Parker.
Allora decise, come a Charlie Parker, di drogarsi. Assunse porcherie oscide per circa un giorno, ma sul far della sera gli venne la tosse moltona (o pagana o tosse pertosse uguale numero e parola irragionevole) e il medico (uno di quelli abbastanza diffusi nelle nostre storie: laurea finta, verosimilmente rubata o massimo presa in prestito, stivali di cuoio patente e giubba tipo il padre della Jolie, John Vuà, nel film omonimo, quello dell’uomo che batteva i marciapiedi con le banane, a loro volta raddrizzate col martello di tungsteno, per dimostrare chissà cosa) gli disse: “So che ti droghi, non fare finta di niente fosse con un piede nelle stesse. Se non smetti immediatamente, da domani dimostrerai sessantatre anni invece di sessantadue”.
Questo argomento convinse Frank Kazka a smettere di drogarsi. E così gli passò anche la tosse moltona, passaggio che coincise con il di lui smettere di dare numeri irragionevoli (ma le parole, quelle no).
Un bel giorno, però, si svegliò che non era più un uomo ma una pentola. Capì immediatamente che si trovava nel pieno di una situazione kafkiana e mitteleuropea, quasi danubiana.
Fece del suo meglio e di tutto un po’ per non essere più una pentola. Ma rimase una pentola per altri dieci mesi. Poi ritornò uomo grazie a una magia che aveva fatto con la frizzina. Però dimostrava ottantadue/ottantasei anni, anche se ne aveva quarantanove. Così lo tradussero in casa di ricovero.
Nella casa di ricovero incontrò indovinate chi? Proprio la Elsa, la quale gli disse “Ehi, ma sai che mi sembri un vecchio di ottantacinque barra ottantaquattro anni?”
A questo punto la storia diventa fittamente kafkiana.
Un giorno la Elsa rimase incinta e diede alla luce un figlio coi boccoli d’oro che gli pendevano dal mento, e decise di chiamarlo Frank Kazka. Ma durante il battesimo il bimbo le cadde dalle mani e batté la testa sul pavimento, sotto il quale c’era una bomba residuato bellico. Scoppiò tutto quanto, crollò la chiesa e ci fu una situazione apocalittica.
Non appena informato di questo straordinario evento, il cineasta-acrobata germanico Wim Wonders girò un film storico all’incontrario e con la pellicola che scorreva di fianco a lui stesso, il quale era a testa in giù e aveva scarso per non dire nullo controllo delle varie fasi della produzione. Il film risultò fra i peggiori di tutti i tempi, anche se meno brutto di quelli di Nonno Nanny.
L’unica cosa positiva fu che questo film, rimasto in un seminterrato per 24 anni, prima fece la muffa e poi – sempre per un portento a base di frizzina e di espulsioni topiche – vari ingredienti misteriosi, fino a diventare una specie di dolce tipico tedesco.
Una settimana di Natale di tanti e poi tanti anni fa, Wim pensò: “Quasi quasi vedo se riesco a infiltrarlo tra i cinepanettoni natalizi”.
Esatto: aveva inventato il Kinostollen, sto genio.
Figurarsi la critica anticinepanettonistica: tutti in brodo di lingue di allodole, tutta una pertica di lodi ed elogi, tutti a urlare ai quatre vingts che bisognava premiarlo come la Ronda del Piacere 2 comandava.
Ma Wim, in un rigurgito di pentimento semplicistico-cretino, disse: “Ma come!? Io faccio un film del katzen e del mauser e voi subito a premiarmi? Ma non vi vergognate?”
La giuria gli diede uno schiaffo da fargli girare la testa, dicendo: “Vergognati tu a rifiutare un premio che noi daremmo via il culo per averlo”.
Allora Wim Wonders disse una frase piena di doppi sensi biblici e si rassegnò ad accettare il premio, che gli fruttò fama, gloria e soprattutto abboccamenti con attrici, in attici, tipiche di film oscidi.
Quanto alla Elsa, ella divenne la protagonista di una fortunata trilogia realizzata da Wim per il Natale successivo: Elsa la belva di Heidelberg, Elsa la belva di Dresda ed Elsa tutta corta, del filone cosiddetto “midget”.
E Frank Kazka? Che fine ha fatto? Per saperlo bisogna rileggere da capo questo scritto, esso non essendo che un sunto del Kinostollen Dumme Simplizität, che sta sbancando il botteghino (nel senso mitteleuropeo del termine) in prossimità del botteghino (nel senso comune) del cinema “Kasino Prinz und Zessin” del gran-ducato (l’unico – e non ci va nessuno, tanto la pirateria non è vietata).


Wim Wonders, filmografia (parziale): Apparì in Texas (aka UFI a ufo a Los Alamos 3); Trilogia della tricologia; Trilogia di Elsa la belva (di varie città germaniche, come si è visto); Dumme Simplizität.
In lavorazione: Der Triumph der WerúlMusik (distopia ucronica).


1 Benché ciò – come giustamente e privatamente nota marsiano – sia segno di aver compreso il senso della vita. (Questo è un concetto kazkiano che voi, poveretti, non potete capire, a meno di svegliarvi una mattina essendovi trasformati in pentole).

2 La Ronda del Piacere è una squadra speciale parapagalese attivata in occasione delle festività natalizie con il compito precipuo e preciso di controllare che nessuno manchi di godere, specialmente nell’oscurità. Chi viene scoperto a godere, riceve un premio dalla Ronda; gli altri devono (ac)contentarsi di quel che sia, a volte di una manganellata (metaforica ma non simbolica).

3 Non è un goof: un qualcosa appare in Texas, ma, grazie a un abile gioco di specchi, si vede nel New Mexico. E poi che sugo c’è a parlare di UFI a ufo se non si nomina il capoluogo neomejicano?

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