Viaggio al termine della scamorza

Il Grande Veltrox Viaggio al termine della scamorza

Ognuno è quello che diventa, in molti casi ognuno diventa quello che è.
Una delle epigrafi di Viaggio al termine della scamorza (che non è finita lì: va avanti con tutta una serie di considerazioni al bacio perugina, tanto da parere il nostro monolito).

Ça a débuté comme ça. Moi, j’avais jamais rien dit. Rien.


Il Grande Veltrox, uscito malamente dall’agone politico per il governo del parapagàl (eppure ci avremmo giurato, Grandpa Rapagal compreso), prosegue la sua avventura libraria, cimentandosi con un nuovo romanzo-saggio-temino-per-le-vacanze-possibile-sceneggiatura-per-filmetto.
Attualmente impegnato nel Grande Veltrox’s Parrocchie Tour, alla nostra richiesta di pubblicazione in esclusiva di un brano del suo ultimo affar serio, ha serenamente risposto: “E sia!” (Let It Be).
Ecce scamorza:


«Il ricordo, a volte, fa riaffiorare la memoria, come i bucaneve sotto la neve. D’inverno. Quell’inverno che, quasi singulare tantum, si tramuta nei pluralia inverni. Un’Idra (di Lerna) degli inverni. Ma – e non lo dico io – il destino delle stagioni è quello di susseguirsi.
L’una all’altra.
Spietatamente. E inesorabile. Come i ricordi.
E le memorie.
Maledetta primavera. Davvero.
Ma l’estate è ben altra cosa. Inizia il 23 di giugno. Ogni anno. C’è chi – i “polemisti” – dice il 21. Ma agli italiani queste polemiche spicce interessano ben poco.
Lo so. Ci sono i maligni, e, spesso, anche i malvagi, come ad esempio Hitler.
A volte mi pizzico a chiedermi: com’è possibile che sia esistito un uomo come Hitler?
Poi, come sotto la neve che, manto nobile, ricopre financo – e non è raro – i bucaneve della nostra memoria, tutto viene celato.
Ci viene celato, si sarebbe tentati di dire – se non fosse per il conflitto di interessi (con Celati… Ah, Il carretto passava / e quell’uomo gridava “Celati!” – e noi, nella nostra ingenuità figicina, capitava che capissimo “Cèlati”; e, per la vergogna, si correva a nascondersi [mi verrebbe da dire “a celarsi”], da qualche parte. Dove capitava. Una volta, anzi… Ma è un ricordo mi oltraggia [che la memoria il sangue ancor mi scipa )…] di cui verremmo accusati. Ma da chi? Da come? E perché “verremmo” anziché “verrei”?…
Non è mia abitudine puntare il dito contro gli altri, specie se gli altri sono gli “assenti” (e lo so io perché adopero le virgolette) oppure se quel dito indica la luna, la felliniana luna, non gli altri (e lo so io perché, qui, invece, le virgolette non le adopero, le, cioè, tralascio). La luna, fredda nel freddo cielo, di quegli inverni.
Ma forse divago. Non è detto. Ma non è da escludersi.
Anzi…Anzi.
Be’…
Non è caso raro, che, come, in questo, caso, io divaghi. Divagassi. Penso a Eliot, il poeta ingl… americano, fra i più amati da JFK (sì, John Fitzgerald Kennedy), penso al suo straziante “è un profumo… che mi fa divagare” e “porterò i pantaloni arrotolati in fondo”. Stringo le palpebre.
Forte.
E vado a capo.
E divago.
Divago, finisco per pensare a Elliott. Ma Gould. A certe sue interpretazioni mal interpretate (dalla Critica – e la “C” maiuscola è tutta innocenza – mi si creda. Per favore, supplice lo chiedo).
Guardate: mi chiamano – in molti, amici e avversari, ché la parola “nemici”, io, non la conosco. O se la conosco, cerco di dimenticarla, e smemorarla, e con essa il suo significato – il dottor Divago, calembour, che, pure, ho loro io messo in bocca. Loro fanno a far burla: “Marchesi? Benni? Goodman? (il jazzista – morto, morto pure lui, ormai. Ma tutti morimo, a stento, … segno, fijja, che nnoi cuanno morimo famo pe annà a l’inferno un antro viaggio)”.
Essi, loro, ne approfittano. Ma benevolmente. Non ho dubbi.
Dicevo. Dicevo?
E c’è un Chi?
C’è un Come?
Una risposta, probabilmente, è stata data. O si è tentato di darla, la risposta (starà ancora soffiando nel vento, questa risposta? mi sorprendo ancora una volta a citare, Alto, il menestrello di Duluth, il cantore-mammuth, il pop-behemoth). Si è tentato; come, ad esempio, tentò, nel suo celebre libro, Daniel Goldhagen, uno scrittore, e celeberrimo, e – cito – “già professore associato di scienze politiche e studi sociali alla Harvard University, lavora ora al Minda de Gunzburg Center for European Studies della stessa università”.
Non lessi quel libro, né – come talora accade o accadeva quando gli impegni mi tenevano incatenati al dovere di governo – me lo feci raccontare. Non lessi quel libro perché la quarta – che lessi e, per sicurezza, mi feci leggere prima e rileggere poi – premoniva orrori che, all’epoca, non mi credevo capace di poter fronteggiare senza poi, infine, crollare, non senza dirompere (meglio “prorompere”?) in lacrime. Lacrime di vetro, duro, infrangibile come non lo è l’onda sulla spiaggia dalla rena friabile.
“Perché va tanto frequentemente a capo?” mi chiese, un giorno, anzi una sera, se la memoria non m’inganna (e sappiamo che la memoria “has ways” per ingannarci) un giornalista – forse malignamente, pur, per strano ossimoro, accondiscendente – in occasione della presentazione di me stesso a un mio libro. Mio? Di tutti, ormai. Di tutti.
“Me l’ha ordinato il medico”, risposi fulminandolo.
Non si fece mai più vedere.
Si limitò a stroncarmi. Scrisse – mi riportarono – che l’ordine veniva dall’alto. Da più in alto. Da sopra l’orizzonte senza ginopaolina fine che, nelle sere estive, non meno che invernali e primaverili, si vede struggere, quasi friggere sotto le ceneri del sole oltre i confini della Capoccia, dal Colle, dai colli, tutti i colli. Come d’autunno, per altro.
La primavera è diversa, è un’altra cosa, ancora.
Le stagioni – sento sempre più sovente le genti dire, ormai, scherzando, credo – non sono più quelle di una volta.
Io – una figura retorica osando ardire, ardendo osare – non sarei propriamente di questa opinione. La quale, pure e comunque, ha una sua qual certa legittimità. Ognuno, del resto, può avere le sue opinioni; deve, non di rado.
Se guardo, come guardo, il mio orologio biologico, qualcosa mi dice – e quel qualcosa lascio al calvario esegetico-ermeneutico del Lettore – che sono sempre se stesse, le stagioni, a sé uguali, non mutevoli, dove nulla cambia perché tutto scorra.
E scorre.
Quelle estati, fiocinate di spensieratezza, promesse di felicità, gatte che andavano al lardo, zampini perduti di quelle gatte nel loro andare. Ma immancabilmente nell’indagine della morte, in presagi pasoliniani.
Ma quei profumi: alghe, salvie, prezzemoli, biscotti di mulini albi, tuffati nel caffellatte la mattina di buon’ora, e poi altri, di tuffi, e sguazzi nel mare color del mare, il disvelarsi di puberi incoscienze, nei giorni svelanti un creduto infinito, durevole cosmo.
E intanto cantavano, in sottofondo, i Rokes, gracidavano quell’italiano contaminato coll’inglese che all’inizio se ne sorrideva, poi rideva, finché s’assorbì, come da sempre nostro. E per l’avvenire. Per sempre
Un vivere-morire eternamente ritornante in felicità tanto piene, complete, imperfettibili, da essere accettate per precarie. Perché del domani avevamo e non avevamo certezza.
Ma lieti, eravamo, sì.
Sì. Era bello, a mezzogiorno – non raramente l’una – riscoprire la comunione, il convivio, in quelle capanne di sterpi, canne, improvvisate dai pescatori (ma al colpo d’occhio dalla duna, accanto alla statale, credevi o in te il fanciullino amava immaginare costruite pazientemente, nei mesi, nei secoli, forse, dai grandi uccelli di mare, che, sovente, per divertimento, i marinai catturano, provetti muratori, e architetti a un tempo), che noi s’occupava con il loro consenso, e canone convenuto, tutto regolare – non si creda – che ci teneva larghi, senza che ciò comportasse conflitti, da quei ragazzi che, poche centinaia di metri in là, tutti aitanza, pelo, vita, carpe diem, ogni forma di contratto sociale avevano in incolpevole spregio.
(Ma da quanto non andavo a capo?… Da quanto tempo?…).
E li capivamo, senza che a essi noi importasse di capire.
Ecco: mancava soltanto Ugo – intendo Ugo Tognazzi – che s’innamorasse d’una delle nostre compagne. Aspettammo, un’estate, invano, però, che la figura d’Ugo si concretizzasse, prima o poi, di là dal dosso, oltre la duna, tenero smargiasso, speravamo di vederlo spuntare dal suo finto catorcio, a caccia della Spaak.
No, la Spaak noi non ce l’avevamo. Catherine (“Caterina, Caterina, per carità”, mi invitò alla confidenza) l’avrei incontrata più tardi, quando sarebbe stato troppo tardi – per lei.
Di questi desinari in capanna sul mare ricordo con un senso di morte una scamorza che una mattina trovammo poco lontano dalla dimora estiva. Dovevano averla lasciata lì quei ragazzi di vita durante la notte, o poco prima dell’alba, noi che si dormiva.
Ma era un segno? – fui forse il solo a chiedermi. Una proposizione di alleanza? Eppure – lo e mi ripeto – nemici non erano. Erano ragazzi, di una vita che avremmo conosciuto solo qualche anno dopo, come sarebbe accaduto con la Spaak. E con Ugo.
Gli altri, fame da lupo, volevano avventarsi sulla scamorza e liquidarla in un batter di ciglia. Farle la festa – strillavano, come e più dei Rokes. Per la prima volta in vita mia ebbi un sussulto di opposizione a tanta spregiudicatezza, gesto che, oggi, guardando indietro, con rabbia, forse, mi fa pensare a me stesso come a un teddy boy d’importazione.
Riuscii a ottenere che la scamorza fosse salvata dall’impeto, protervia, dei compagni.
La conservai, come una reliquia. Di quando in quando mi perdevo in una lontana insenatura, per ore rimirandola. Mi interrogai a lungo, quell’estate, sulla scamorza. E la interrogai, più volte, la consuetudine diventò quotidiana, con essa e di essa mi comunicavo.
Credo che, al termine di quell’estate che mi cambiò la vita – per sempre –, finii per identificarmi con la scamorza.
Da essa non mi sono mai separato, m’accompagna ovunque, la scamorza è in me.
Pochi lo sanno. Nessuno sa che quella scamorza sono io.
And you ain’t no cats».

Grande Veltrox, Viaggio al termine della scamorza, pp. 5-119 (gabbietta, insomma, e Simoncini-Garamond 22).


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Un sito cui offrire l’altra guancia, una finestra di dolore.
Io, tu e le prose: capire è un po’ morire.
Sita amica.
Video: 15 minuti dal Parrocchie Tour.

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