Vacca pezzata

Che bel castello a Udine

Leggenda di fondazione metapolitana

Che bel castello a Udine

’rriveràn, pastina e Wodamn – mi me par che Giuà ’l scriveva ste robe
per insempiàr la gente – ah tempora amoris and Tomb Byron’s.

«I tempi erano stretti – diceva la Voce –, la vacca era pezzata.
La città di Oudhine, fondata nell’anno di grazia al cazio dal figlieddìo Odino in persona, giaceva come una donna ammattita dal vino ai piedi del collo a formammella che col castello dominava la domina.
La vacca pezzata, intrattenuta bestialmente dal dio Odino in persona, era ancora di là da venire, assendo la virilità di Odino, fatto imbecille da trappe tratte da fermenti imperfetti.
Nel cielo sopra il castello bello d’Oudhine ruttava di rabbia il dio Burro (o Borro) al veder spettacolo tanto emmerdante che il figlio Odino (non) faceva di sé e della vacca pezzata. I rutti runici di Borro (o Burro) significavano a colui che non li comprendeva: “Ti insegnerò io l’oltredino o l’oltreodino, o Dino! – o o Odino!” Infatti l’ignorregno dio Burro (o Borro) non era certo se ’l nome del figlieddìo fosse Odino o Dino, giacché la cultura ignorregna poggiava sul dubbio fondante che il nome del dio fosse certo ma fosse incerto quello del figlio del dio. “Però”, proseguiva il bieco singulto di Burro, “prima di insegnarti l’oltredino o l’oltreodino, tu mi devi apprendere se ti chiami Odino o Dino. Molla la vacca e finiamo la storia, o Dino o o Odino!”
“Padre d’io”, disse orgoglioso in un intervallo di becillità Odino, “forse è destino che i figli non odàno i padri e odìno i padri. Un momento”, si confuse in un nuovo vallo di imbecillità Odino. “Se sbaglio accento, la mia precursione del mito edipico va in vacca quando non addirittura nella donna ammattita dal vino che giace ai piedi del collo a formammella del castello bello di Oudhine”. Ma era troppo tardi. Sarà stata l’una piena di notte quando il rerimbecillito Odino, senza mollare il diversivo vaccino, urlò come una bestia da stadio: “O d’io padre!” senza purtuttavia staccare di netto la “O” da “d’io”. Il quale padre d’lui si imburrascò da Burro qual era e male disse Odino, dicendo appunto “O Dino, io ti male dico” staccando di netto la “o” da “Dino”.
“Ah ah ah”, grugnitò falstaffico Odino, “che me ne frego della tua mia mala dizione… Ah ah ah… Cos’è, la scoperta dell’acqua di rubinetto? Tu da sempre male dici il mio nome… In che cambia la mia condizione di figlio di Nessuno?” disse in un nuovo, sorprendente intervallo di becillità Odino.
“Ah, porco Dino vaccino o vacc’ Odino porcino”, gargantuò il dio Borro. “Ma che ti metti a fare il Giuà della situazione… Ben verrà, col ragnarocco e il ragnarollo, l’ur-landese a cazzarti in un interstizio della sua onniversale implosione verbica. Ma per il momento tu sia male detto, o Dino! (o o Odino!). E con te la vacca pezzata che sarà sempre di là da venire, e con voi la donna ammattita dal vino che giace ai piedi del collo a formammella del biel ciscjèl di Oo-din, Oo-din, e con te, la vacca e voi, sia male detta la città che ti dà albergo!”».

«Infatti – riprese persuadente (al punto che il pubblico si trincò la leggenda) la Voce fuori campo – da allora la città fu male detta, e nota a quei pochi col nome di Udin(e).
I tempi, pur sempre andati e pur sempre in vacca, nondimeno s’avanzarono, fin che, ’torno l’anno 1300, con Odino sempre intrattenente la vacca pezzata di là da venire quanto o meno del suo intrattenitore, i due formanti con la loro lentissima, ormai impercettibile agitazione copulatoria una parvenza di gruppo scultoreo dato per scontato nei secoli dagli ìncoli d’Udin(e), la città male detta, ìncoli incolti impediti al progresso dai fumi inebrianti svampenti dal suolo formato dalla giacenza della donna ammattita dal vino, ìncoli detti umani solo per la vaga ambulazione che li portava da orto a occaso a un punto del borgo e da detto punto a un altro simigliante al primo e al successivo e poi di nuovo a un primo indistinguibile dal successivo che li avrebbe rimenati a un nuovo primo e così via, così dunque vagamente vagolando, perpetua li sembrava imbolare l’ignoranza di star attendendo salvazione. Salvazione fu, e magnopere fortuita.

*

Robin nacque spontaneamente come muffa nella particolare area borghese-corporea della donna ammattita dove non batteva ’l sole, i.e. al riparo d’una sua ascella per niun sa qual portento incontaminata dai vapori e suffumigi vinei. Tanto disventurato nacque che manco trovatello lo si potrebbe chiamare, e neppure cercatello, ché niuno lo trovò niuno cercandolo e viceversa. Robin spontaneamente s’educò dalla disgrazia e a razionar si mise di cosa bella che gli ispiràv’ l’ascella.
A età incommensurabile, il né trovatello né cercatello, visto che persona lo cercavapà e lo trovavapà e ancora viceversa, s’ispirò d’andar a cercar se stesso, certo che l’orbe fosse maggiore che ’l pur vasto bosco piloso e carnoso dell’ascella della donna ammattita dal vino. E camminando e camminando in su e in giù e in torno e in tondo per le asprezze del bosco, d’un varco che s’aperse improvviso, Robin (che ’l suo proprio nome ognora ’gnorava) uscì un giorno, a veder le stalle del vasto borgo che, in quel punto impiantate, ostellavano vacche pezzate. Ed ei, per la primiera fiata, vide òmini, che eran li cultori de le vacche, a sé aliquanto simili, giudicò in sull’acchito.
Spauroso, pur s’appressò a un d’essi, che cavalcava uno scrannetto sul che co’ le mano applicate a strani tuberi de la trippa vaccina ciondolanti, d’essi cavava un liquor bianco mai veduto dal vagabondo Robin, ch’uso era a null’altro liquore che la broda di polle d’ascella in dove resideva sin corto tempo fava.
Nel s’approcciare all’omo, lo rimirava in quel suo affanno, che ’l cultor di quando in quando rompeva per, con una de’ mano desoccupate, afferrar un objetto transparente come l’aqua, ma de l’aqua a tutto giudizio men fràile, anzi, rubusto di forma e ammodellato d’una tal fazione che ’l giovin, però che la sperienza non lo sovveniva con mejio exempla naturalia, poteva comparar solo alla propria mèntola, quand’ella, sia inteso, s’engrossava maraviliosamente tempore nocturno e grossezza non perdea fin tanto che un liquor bianco n’espolleva como autonomo, e caldo il getto in mille guttule spargendosi sul suo ventre, allora la mèntola lentamente si fiaccava, e ancor maraviliosamente digrossavasi, deturgevasi, e tornava alla nota diurna sua specie.
In summa, quella che Robin non sapea essere una butilia, ’l cowcultivator portò alla bucca, e d’essa parte superna, che in cor suo Robin camparagonava a cappella estraordinariamente rastremata, susse con avide labbia il liquor contenuto, imperocché al zovin il siffare parve d’istinto cosa tanto oscida e oscerda, che a un di presso se n’exterrefece. E stupì davantaggio ’lorché, terminata l’ingorda bevuta (che longo tempo lo prese), lo tormentator de’ tuberi vaccini soprassaltò più fiate su scrannetto, ad un tempo straboccandogli il liquido (che Robin, avesse cognoto il nome de’ colori e de’ cose in generale, avrebbe chiamato, come l’Orbo Rapsodo, color del vino) in copia de l’orifizio orale, e ad esso commisto materie variopinte, estoltosi di scranno e desertata l’opra sua, e raggiunta la viciniora parete de la stalla, e rechinandosi contr’essa e contr’essa la testa appuyando, prese a dar di reco grandioso, e ad ogni conar parea recar conforto al recèr con novello stracanno da nova butilia, immodoché ’l suo sussulto eternamente ritornava, e straziavalo, e martirizzavalo, e sembiava volerlo morire, attamen ei dimorava la bocca soia a la cappella della butilia, finché la fece vota, e ’n’ata vota ripigghiò a bere e vummacare, vummacare e bere, bere e vummacare, in un tal interminar di chiasmi che lo spettator n’era ferito il guardo.
Venne poi lo svanimento a portarli requie.
Nel mentre, l’animal mugghiando come di granda sofferenza e inflatandosi spaventevolemente, e a veduta d’occhio, le bisacce suvventrali che un punto d’agucella le avrebbe schioppate, non sapendo a chi de’ due in primo soccorrere, Robin rilasciò ancor d’istinto le viscere e con esse quanto ritenevano, immadidandosi da cinta in giù. E venne lo svanimento a sedarlo.
Quando Robin rivanì, lungo sulla paglia, vide sopra sé un ampio tondore, e sotto questo un volto rabbuiato da l’umbra che ’l tondore progettava come un’aura. L’omo del volto invisibile trasferiva conforto a Robin con motti che Robin non intendeva, non intendendo la favella in genere, e in tanto alla bocca, da un baciletto, li portava un liquido bianco, il medesimo, razionò Robin, che avea visto al cowcoltivatore espungere dai tuberi della vacca.
Sesi lelè, buà”, era la strana musica che udiva essudare dalla bocca del suo curatore.
“Sesì lelè, buà”, ritornava il ritornello. Pur non capendo, Robin si lasciò versare in bocca il liquor bianco, che sentì caldo, spumoso, confortevole al palato.
“Sesì lelè, buà”, e Robin bevve ancora. Voltò di lato la testa. Vide il contadino ancora svenuto, un po’ in là, riverso sulla paglia, in una lago di lordura, da cui promanava un tanfo che a momenti Robin dava fuori anche lui di stomaco.
“Teplé lelè? Buà buà, potì-còn”, Robin sentì dire all’uomo. “He què? Es tu un specimen de om loup, un jerk defissiòn, eh? D’oulà ven tu, de la iungla, eh? Non tu fablas? Que poticòn d’un scim-potì-còn que tu debs estre! Ma no st’avuar peur de moi, que yo te uderai… Ehhh”, sospirò l’uomo, “avec tuà, on è in dos en todo lo borgue d’Udin que non sums des cioketons. Ei son tuts acussì, lu savev tu? Ah, ma yo me sui desmentegat que tu no fablaspà. Sinembargo, tu non crederaspà, ma scomèt-on que dans le tour de poux minûz tu apprendras la lengue? On scomet? Sta vuar, eh.
“Cumò te dis anco parce’st. Parce’st que en tudo Udin no lyà un como muà par apprendre (en lis dos sens de’ paraula, ojetif e sujetif) lis lengues. En primier louc parce’st que muà meme yo soy un casìn portàt pes lengues, e, no para vantà muà, me yo y conosserai… disòn… dos-truàs-sent entre lengues, dialèx e idiomps, e si tu veuls savuàr la me opignòn, le plui diffizil de tudas l’è pruprit le dialet udinès, anzi, il fodré dir la lengue que l’on fabla a Udin, stadìr le franc-furlàn (sinò qualq’d’on podrès uffìndersuà). En second louc, se passe siempr la stess chosse quand que yo incuintr un forèt, un qué que l’ha de maravejos: le fortuné apprends le franc-furlan che yo fable acussì, tudo d’un coulp, como par milagrul. Muà crois tu? Eh? Preuve, alors, preuve fablar, e tu voydaras che, como par majie… ”
E infatti, chissà come e perché e perco’, Robin si trovò di botto a dire: “Ma… ma… qui seis vu, sior? E dou me trouf-yo? Que’st que succêd-il?… Yo non muà recuard nuya… o, mjor, yo muà ricuard de chest omp aquì, chest che’l tirava i cosos de’ baestia…”
“Eh eh, lis louvris (oudh-ins) de’ vakja, tu veuls dir, no?” puntualizzò l’uomo col cappello a vaste tese che tuttora gli adombrava il volto incombente su Robin stravaccato sulla paglia della stalla.
“Come se claimint? Lass’muà ripetre lentemànt… dunc… lis louvris… yo dis bien?… de vakja… ma… ma… que veul dir chest?”
“Eh eh”, sorrise benevolo l’uomo del mistero, “la vakja lè ’l nomp de’ baestie. Ma as tu jamai vidùt une baestie dan la forète d’ou-là que tu vegns? Une baestie foemina, yo intìnd, as tu mai cognùt, entre lis plasers de la vite, quel, particular, de toucé ches dos chosses maravejosas que saraissen les acussì dites têtes?”
“Têtes…” mormorò incerto Robin, che, manco se ne rendeva conto, ma aveva imparato le basi del franc-furlan, la lingua parlata nel borgo di Udin, di cui la straordinaria figura dell’uomo del mistero che conosce approssimativamente due-trecento tra lingue, dialetti e idiomi, gli stava, anzi ormai gli aveva appreso i rudimenti.
“Aì, aì, têtes, têtes, chest veul dir ‘louvris’ (singulàr louvri, sufìs tirà via la ‘es’). A chest propos’t, yo te apprend un mot de dir assez diffuz, stadìr tête-ha-tête, une specimen de proverb que, en altrs termins, on podres dir que une singule tête napà sens, en quant elle s’accompagne siempr a sa gemula, e encor en altrs termins, que les têtes, para estre reguliers e naturais, il fò en tud’cas que sìent en dos – e no uin dos(TM?). L’è clair el concept?” chiese l’uomo.
“Bien, cumò disarais de aì, l’è abùndat clair, aì…” disse soddisfatto Robin. E poi, dopo una pausa imbarazzata: “Ma… vou, sior, vu, yo vu’y preis, disé muà… qui seis vu?… Como vu clamais?”
L’uomo, le ampie e ricurve tese del cui fedora continuavano a celargli il volto, disse: “Ti dirò, caro amico: avrei più d’una remora a rivelarti la mia identità. Eppure, forse perché mi sento a te accomunato dal fatto che entrambi siamo le uniche persone sobrie del borgo d’Udin, credo che ti dirò il mio nome, o per lo meno lo pseudo-nome col quale sono attualmente noto da queste parti. Ma prima: alzati seduto e, facendo un piccolo sforzo, volgi gli occhi verso quel povero disgraziato beota di cowcoltivatore eterodiretto dal vino, elemento dal quale la sua esistenza, come quella di tutti i borghesi, non può prescindere. Ecco”, disse l’uomo, mentre Robin sopportava con lo sguardo la vista del cowcoltivatore riverso in una pozza fetente di vomito acidulo di cui partecipava, oltre che il vino, chissà quale altro rigurgito gastrico. “Ecco ciò che resta di quel bruto: il suo corpo in balia di una poltiglia di vino e… sai di che cosa?”
“No”, disse ovviamente Robin (che, ribadiamo, non sapeva di chiamarsi così perché quel nome ancora non ce l’aveva).
“Vino e macco, mio scim-poticòn!” disse la voce eruttata dall’umbratile aura.
“Macco?…” fece titubante Robin, che aveva sì progredito nell’apprendimento del linguaggio, ma dal quale non si poteva onestamente pretendere che conoscesse una parola nota a non più d’un pugno di glottologi con le contromèntule.
“Sì, macco, vino e macco sono rispettivamente il vizio e il sostentemento necessario alla fortificazione fisica – bastevole a consumare il vizio – che danno un senso alla condizione di pre-morte eterna dei borghesi che potrai vedere strascinarsi come robotti per il borgo che poggia sulle fondamenta carnose di una donna che, ammattita dal vino, giace indistinta da tutti ai piedi del collo a formammella del castello che domina la domina che domina coi sui fumigi inebrianti i prefati umanichini intenti all’incessante spostamento da un punto all’altro del borgo d’Udin e dall’altro all’uno, in un reiterato viceversa – splendido paradigma di investimento cerebrale. Investigando nella poltiglia espressa dal cowcoltivatore, sarebbe possibile rinvenire tracce evidenti di macco, ossia la grossolana vivanda di fave cotte nel vin ovviamente reso brulé dalla cottura.
“Ebbene: fra un periodo di seicent’anni suppergiù, sorprenderà scoprire che nel misticore di suburra macropolitana…”»

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