Carità

Carità Capiterà di rinvenire sul pianerottolo, ma come cose perdute viste per strada, individui (a volte ancora nel fiore dell’età) in posture non ordinarie: il corpo riverso davanti alla porta di casa o, più fantasticamente, avvitato su se stesso, una mano-artiglio dimenticata sul pomolo, cioè prosecuzione di un braccetto senza muscolo apparente, spettacolo tutta una disarmonia, un fumo, se si considera anche la testa pendula da una parte qualunque, tecnicamente sopra un mento scomparso nel collo infossato, il torso-grinze di una maglia alzata oltre l’ombelico, e i pantaloni che la faticosa sfida (risalita di più rampe di scale) ha invece abbassato sotto i pudori; non si mancherà di notare come questi vinti dall’opera di immisericordiosi angeli della malattia o di volenterosi demoni dell’intossicazione autoinflitta, esprimeranno lamenti sottili, penando caldi del loro recente calvario.
Oppure trapassati nel silenzio che prende il posto della resistenza a ogni precedente ammonimento, e insegnamento, con le buone, con le cattive, fino al presagio, sull’improvvisa svolta che la loro vita dal senso rancido avrebbe potuto prendere se avessero persistito nei loro morbi, cioè nel rifiuto di corrispondere alle mani tese con cui si propone pietà, e troppo spesso aggravato dalla volontà di perfidia che li esalta come l’estremo e unico atto di eroismo di cui sembrano capaci, quell’irridente tenacia nel confrontarsi con la prepotenza della ragione, ovvero il suo trionfo.
In casi come questo, non si mancherà di sostare per una preghiera sopra questi pupi infernali che tutto mostra sottratti a possibili forme di governo e di riconciliazione con il dovuto al fatto di esistere.
Non si mancherà – per finire – di appellarsi, magari in piena notte, a soccorritori di professione o, nei casi meno disgraziati, a qualche loro custode o affidatario segnalato in portineria.


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