Carico di rottura

Il cavo ombelicale

Carico di rottura
Illustrazione di Stefano Baratti.

Fino a qualche minuto fa, Michele Diquore (detto “Mik”, di quando da bambini giocavano ai cowboys, che lui diceva erroneamente “conboi”, singolare e tutto, senza contare quel Mik, che un giorno un collega gli aveva chiesto: “Sicuro che si scrive così?” e lui non lo sapeva, perché non lo aveva mai scritto, che tanto non gli serviva scriverlo), esattamente con il “q” di cuore, dati questi tempi che se c’è una cosa che non manca è la fame di lavoro 1, poteva ritenersi un uomo fortunato.
Aveva un suo certo impiego (a tempo indeterminato) che gli permetteva di non farsi mancare quasi niente. E poi lui, in ogni caso, era contro il superfluo. Non per correre o dire cose al momento sbagliato o fuori luogo, ma l’unico svantaggio di questa sua occupazione stava nella sedentarietà. Comunque non stiamo qui a lamentarci – direbbe lui.
Diquore lavorava presso una certa ditta, in un ufficio tutto suo, tutto il giorno (8 ore, cioè) al computer, con mansioni specifiche, consistenti nel picchiare sui tasti del computer al fine di catalogare (o qualcosa di simile) certe cose che riguardavano la ditta, non certo noi e voi. Benissimo.
Tutto bene. L’ufficio tutto suo, si è detto. Vero, o quasi. Non che dovesse condividerlo con altri (magari con una signorina non gli sarebbe dispiaciuto, ma le signorine della ditta operavano in altri uffici, non sempre tutti loro ma condivisi fra loro o anche con qualche giovanotto – o comunque maschio, che a volte, nei dormiveglia, a Mik venivano persino inopportuni pensieri di gelosia); tuttavia, fatti i conti, questo andava considerato un altro aspetto fortunato del suo lavoro e della sua vita, perché l’a modo suo (nostro) eroe provava questo fastidio per gli aliti cattivi e gli odori sgraditi in genere. Ma, ripetiamo, per fortuna nel suo ufficio c’era solo lui.
C’era poi però un altro fatto poco da stare allegri: l’ufficio era privo di una porta, il quale fatto può essere seccante per uno che ci tiene alla privatezza e anche un po’ sulle sue e lievemente complessato. Sicché, stropicciar e scricchiolar di scarpe avanti e indietro per tutte le benedette 8 ore di servizio, un suono che ti può far perdere la concentrazione, oltre che la pazienza e la testa, una tortura interrotta da pause rarissime.
Può bastare in termini di disagi? Ma neanche per sogno. Bisognava tener conto pure degli imprevisti, che fondamentalmente si riducevano a uno, quello del cavo di alimentazione principale che serviva la ciabatta in cui erano infilati (parola di Diquore) tutti i cavi necessari a computer e accessori (stampante e cose simili), questo cavo che, non potendosi collegare all’unica presa a muro dell’ufficio (la quale non era in sicurezza, non tanto in se stessa, bensì c’era tutta una relazione col resto dell’impianto – handicap frequente dove si lavora nei rigori e fra i rischi conseguenti a situazioni di fame di lavoro, che non si può stare dietro a tutto, secondo alcuni impiegati, che l’avevano sentito dire a un vertice), questo cavo dell’ostia – a volte non poteva trattenersi Michele – gliene avevano dato uno lungo che partiva dalla ciabatta, attraversava il vano porta (mancante, appunto), si collegava a quel punto a una prolunga (ma vecchio stampo, che basta un niente, no?), situata nel corridoio e che lei poi continuava fin chissà dove, prima passando per uno sgabuzzino (e perdendosi nella sua oscurità) tipo archivio, frequentatissimo, anche se dentro era il finimondo, non ci si capiva niente, spesso gli impiegati ci andavano a rovistare con la pila e quasi mai trovavano quello che cercavano – apposta c’era tutto quel traffico.
Ora figurarsi quante volte in una giornata tutti quei piedi andavano a inciampare sul punto di connubio fra cavo e prolunga. Che, se andava bene e si staccava il filo – spiegava a casa Diquore –, pazienza (per modo di dire), lui lo riattaccava (“E pensate che qualcuno si scusi? O che ti diano una mano? Ma per l’amor di Dio…”); da tenere presente che nel frattempo tutto saltato, col computer da riavviare (che era quella la peggio rogna: minuti interi a sentir ruminare), la stampante e le cose che.. e se lo strattone era particolarmente violento, ci andava di mezzo la ciabatta, che fra l’altro era delicata, in quanto difettosa, forse anche per via della polvere, ma questo non si poteva dire, né chiedere ai tecnici, che lì non avevano tempo da perdere. Ma metti che uno andava a inciampare strappando dalla parte della prolunga collegata a sua volta nel ripostiglio, rischiavi di perdere una mezza giornata a tentoni con la pila, alla ricerca della presa. Dice: uno penserebbe che ormai lui l’avrebbe trovata a occhi chiusi. Sì, si potrebbe anche dire questa cosa, ma soltanto se quella fosse stata una presa normale, e non di quelle che sembrano spostarsi di propria iniziativa da un punto (vuoi anche minimo) della parete a un altro. Neanche qualcuno andasse a manometterla di notte, per il gusto di fare un dispetto, cioè trasferendola in continuazione da là a lì e poi ancora, e via avanti, come con metodo.
Michele Diquore, fino a sarà massimo un quarto d’ora, diciamo che in qualche modo è riuscito a tenere sotto un certo controllo gli incidenti del cavo con la forza della pazienza, perché può andare a finire che uno, pur mettendoci tutta l’attenzione possibile, presto o tardi, per il nervoso e la tensione, vada a inciamparci proprio lui. Ma questo rischio era da escludere – raccontava in giro il Mik, come a vantarsi di un’infallibilità non sottovalutabile. Anzi, quelli in giro, quando aveva finito di raccontare come stessero le cose in quell’inferno, spesso e volentieri gli facevano i complimenti, tipo che ci vogliono nervi saldi, capacità di sopportazione, di autocontrollo, autodisciplina, presenza di spirito, e – perché no? – anche memoria.
Queste attestazioni di stima (e altre, in famiglia) sembravano sufficienti a garantire a Diquore un discreto equilibrio mentale e a fargli accettare quel genere di esistenza.
Invece Mik era in realtà un boccione capovolto, contro il cui tappo di sughero l’acqua faceva pressione da chissà quanto tempo.
E da chissà quando teneva nascosto (e non si sa ancora dove, per l’esattezza) in ufficio un Garand, sgangherato quanto vuoi, con tanto di tacche del Vietnam sul calcio (si dovrà pur scoprire proveniente da dove, anche questo andrà chiarito), ma funzionante, che dieci minuti fa ha scaricato addosso ad almeno cinque impiegati, tirando nel mucchio, senza prima accertarsi chi, stavolta, abbia inciampato nel cavo. Fortuna che si è staccato dalla parte della ciabatta (e che la ciabatta non ha subito a sua volta danni), e gli ci è voluto un secondo per ricollegare. Poi sente qualcuno lamentarsi di fuori, mette la testa nel corridoio e nel lago di sangue vede movimenti sospetti; esce dall’ufficio, finisce il lavoro, e stavolta avverte il sangue montargli in testa, si agita, fa qualche rapido passo, prima avanti poi indietro, in quel macello, e decide di barricarsi in ufficio (per quello che può valere, gli balena per un istante), barcolla all’indietro e inciampa nel cavo. Il computer salta. E con lui la stampante e tutto il resto. Fa fuoco in quella direzione, finché non rimane nulla, forse nemmeno fumo. Poi si accascia in un angolo dell’ufficio, la schiena al muro, una di quelle tristi scene che i più vedono solo nei film (che dunque ricalcano in modo verosimile la realtà), canna in bocca. Pur sospettando che la vita potrebbe essere un sogno, l’idea di entrare in una specie di nulla gli fa più orrore che mai.

VERSIONE MONDATA


1 Non trattandosi di bisogno antropologicamente primario e specialmente di argomento negoziabile, la “fame di lavoro” è trattata con elasticità dai distributori di lavoro (o filantropi) i quali, sulla scorta dell’ampia auge goduta dal “pensiero sodo”, vanno subito al sodo del loro pensiero monastico, riassunto, per l’esattezza, nell’inattaccabile “con la fame di lavoro che c’è oggi…” (linguisticamente interessante il suono minacciosamente ablativo di quel fortissimo “con”, che in realtà, negandosi per semplice contraddizione, è finalizzato a creazione o, se necessario, amplificazione del caotico, unica condizione imprescindibile di questo olotipo fascista 2 – e nemmeno troppo “neo-”), motto introduttivo a conseguenze cui essi stessi non osano pensare qualora. Se ne discute, parzialmente, anche qui.
2 Qui si va ormai oltre il “tanto per intenderci / per nostra convenienza” ecc.

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