La donna che raramente si sbagliava

(Oppostamente a chicche e checchessia)

La donna che raramente si sbagliava

La donna che raramente si sbagliava in una raffigurazione, del tutto aliena dal senso dell’orrido e intrisa di spirito evangelico, di Stefano Baratti. Per non urtare la sensibilità dello spettatore, si vuole assegnare una valenza di (pia) speranza al balzo senza fine: il muro sulla destra starebbe a simboleggiare un illusorio appiglio. Ma hai voglia…

La donna che raramente si sbagliava un giorno morì. Ciononostante, ella aveva la netta impressione di essere viva.
Pensò: “Sono sicura di essere viva e vegeta. E io raramente mi sbaglio”.
Quando, dopo alcuni giorni, i vicini di casa cominciarono ad avvertire un solenne tanfo proveniente dall’appartamento della donna che raramente si sbagliava, chiamarono chi di dovere.
Chi di dovere sfondò (o abbatté) la porta dell’abitazione della donna, trovandola riversa sull’acquaio, in avanzato stato di decomposizione, prigioniera di una fitta ragnatela e circondata su ogni lato da creature verminose.
Dopo un accurato esame effettuato da un’infermiera della porta accanto, a fronte delle risultanze dell’esame stesso, chi di dovere avvertì due becchini affinché venissero a ritirare la donna che raramente si sbagliava e le dessero degna sepoltura.
Così fu fatto.
Fin dal primo giorno in cui si trovava nella cassa da morta, la donna che raramente si sbagliava si pose la domanda: “Che ci faccio qui? Eppure sono viva. Raramente io vado errata”. Il pensiero non la abbandonava, era diventato un tormento.

CONTINUA


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