L’uomo bello ma non trasparente

(O della bellezza che non conosce sofferenza)

L’uomo bello ma non trasparente la bellezza non conosce sofferenza
L’uomo bello ma non trasparente ritratto nell’atto di occupare il suo tocco di Terra e nella piena consapevolezza che la bellezza non conosce sofferenza.

Se uno racconta questa storia, c’è il serio rischio che nessuno gli creda.
Ido Dimarzo, confidente lancialibera (a dire il vero non esoso, se è il caso anche volontario e quindi gratuito), ci ha raccontato (e noi non gli abbiamo creduto, pensa te 1) di avere un paio d’anni orsono conosciuto un tale, chiamato Marco Allacoc, di forma all’ingrosso rettangolare (parallelepipeda, se considerato in tridimensione), con sul lato, piuttosto che fianco, destro un’impressionante (per lunghezza o sproporzione) protuberanza (sorta di collo) che, alla sua estremità, si completava in una testolina di cane geneticamente difettoso o altra creatura spiacevole a vedersi; una figura della superficie frontale complessiva di circa 15,3 metri quadri, escludendo lo spazio invaso dalla prominenza, benché retrattile, se estratta. Al di lui-esso centro (verso l’alto ma non troppo), come dipinto, si notava una metafora di volto: baffi e naso, sopra il naso un paio d’occhiali e sopra ancora un cappello dalla tesa filiforme. Il colorito rosso-arancio di Marco poteva significare una consistenza di terracotta (coccio).
E fin qui nulla di straordinario.
Ciò che di questo racconto sorprende è che, per via delle sue dimensioni esagerate, parecchie cose della vita erano precluse a Marco. Pochi ma efficaci esempi:
– al cinema, dove non trovava posto capiente, cioè adatto alla sua forma e alla sua stazza, non potendo conseguentemente sedersi, rimaneva in piedi davanti allo schermo – che nascondeva parzialmente, non per intero, ma lo tagliava in quella maniera che dà il nervoso agli spettatori. Facile figurarsi la contestazione del pubblico pagante: “Ehi, spostati: sei bello, ma non trasparente”.
– amante delle arti figurative e plastiche, di quando in quando non disdegnava visite a musei e mostre. Ma non appena si piazzava davanti a, diciamo, un quadro o una statua, principiava la tiritera di quelli alle spalle, o anche di fianco: “Ehi, amico, sei bello ma non trasparente: spostati, che ci impedisci la visuale”.
– uno degli svaghi prediletti di Marco Allacoc era giuocare al lotto; la sua ricevitoria di fiducia (in seno al Bar Tavola Calda All’Anitra d’Oro) si trovava, almeno questo, a pochi passi da casa sua, poco oltre un dato angolo. Egli, a tempo debito, vi faceva una capatina per tentare la fortuna. Giunto al bancone 2 per effettuare la sua giocata, ecco attaccare il coro degli avventori (che affollavano il locale non tanto perché desiderosi di fare i loro giochi quanto per guardare – a scrocco – e commentare la bella ragazza incaricata di sbrigare l’azzardo, tale Renata, la quale, su non disinteressato suggerimento dei padroni, svolgeva la sua professione praticamente mezza nuda, espediente che aiutava a riempire il bar tavola calda ricevitoria): “Ueila, tirati via di lì, che ci copri la Renata: sarai anche bello ma non sei trasparente (minga)”.
Se da un lato la ormai riconosciuta bellezza costituiva per Marco motivo di labile autocompiacimento, la non trasparenza interveniva a rovinargli la sia pur sottile soddisfazione che rendeva meno insopportabile la sua condizione oggettivamente mostruosa.
Consapevole che al secondo, inficiante difetto non sarebbe stato possibile rimediare (si era rivolto a chirurghi plastici, a norcini, fino a marmisti abilissimi tagliatori, ottenendo da tutti un prevedibile rifiuto a immischiarsi nella sua massa per ridurne la dimensione), Marco si prefisse di puntare tutto sulla propria bellezza.
Malgrado un’esistenza improntata a tanta miseria, va detto che la Fortuna, in fondo, era dalla sua (sulla testa di ogni creato pende un pezzetto di fortuna, sta scritto nelle stelle, anche se sul verso delle stesse, come ebbe modo di osservare – non creduto dagli anarchici, dai politeisti e dai giornalisti-scrittori 3 – il nostro Galileo).
Così un bel giorno, mentre, buffamente arrancando, rientrava a casa, la portinaia lo fermò all’ingresso dello stabile informandolo di aver udito dire (ma non voleva sbagliarsi) che a settimane si sarebbe tenuta in città una manifestazione di bellezza per mostri e “cose del genere”, forse una gara in senso stretto – credette di precisare la donna – organizzata da una certa associazione di tipi a loro volta strambi.
Marco ringraziò la portinaia per il cortese aggiornamento, ripromettendosi di saperne di più l’indomani.
Il giorno seguente, di buon’ora, uscì per recarsi all’edicola prima che vi fosse ressa e attese che i quotidiani freschi di stampa venissero esposti. Allungando il collo (manovra che estendeva la sua area di ingombro a mq 18,9), prese a sbirciare con ansia, prima che l’edicolante se ne accorgesse: questa era una speranza, e peregrina, di fatto. “Ehi sarai bello e non trasparente, ma a casa mia, ansi, in tela mia edicola si lege a scroco minga”, non tardò ad avverarsi il rimbrotto.
L’Allacoc, allora, spinse l’arto-collo dietro la sezione superiore della propria sagoma (schiena forse non si può dire) e probabilmente usando la testolina come noi si usa la mano, cavò da chissà che nascondiglio le monete per l’acquisto del quotidiano. Così era in regola e nessuno poteva contestargli un bel niente, pensò con una punta di eccitazione nervosa, sebbene in lui cattiveria, rancore e risentimento non avessero casa. L’edicolante diede un morso alle monete e le incassò.
Fra i suoni radi, blandi del mattino che andava senza indugi mettendosi in moto, Marco si diresse ridicolmente, percorrendo almeno due chilometri (aiutato parzialmente in quel tragitto, per i normali lunghetto, dalla propria vantaggiosa latitudine), fino a un campaccio periferico, tutto erbe morte o moribonde, spettri di casamenti presunti ma incompleti per malavoglia non v’era dubbio, acquitrini messi lì per il piè impaziente, schifi d’ogni natura e abbondanza di merde, dove, su un tocco di terra non infetta, poté spiegare il giornale e sfogliarlo con pena. Finché, a una certa pagina, accanto a foto che mostravano come alcuni artisti del cinema si fossero rovinati la faccia in nome della bellezza, lesse esattamente quello che sperava, ma che non è detto si aspettasse per davvero. In sintesi, si scriveva proprio di un concorso di bellezza riservato a Giochi della Natura, promosso dal Ghette Institut di quella città in “concorso” (Marco perdonò l’articolista) con lo Zois di Vetro Institute, di un’altra città, che avevano congiunto sforzi propri e finanze terzi per l’evento – che, se anche uno rileggeva le colonne fino a dieci volte, non pareva avere senso.
Certo, non si poteva star lì a fare i raffinati – si volle persuadere Allacoc. Specie di quei tempi, con in giro tanta fame di lavoro ma ancor più di bellezza.
Saltiamo la parte meno verosimile del racconto come riferito dal Dimarzo, lì dove il libero professionista immagina un mondo di emotivi ai suoi piedi, intruppati in oceaniche schiere che avocano a sé il diritto, monoficanteli, alla condivisione-usurpazione del nome dell’Allacoc perché alfiere della loro voglia di compartecipazione; saltiamo la parte della straziante trafila d’iscrizione al concorso, degli strascinamenti di quel corpo dai confini non perfetti di uffici in uffici, sparsi come sfide alla ragione e come schegge di proietto pazzo su territorio metropolitano, dove genti di strapazzo e umiliazione rilasciano atti e documenti, prove e certificazioni, in questo caso vitali per l’ammissione di Marco Allacoc alla competizione.
Saltiamo con gioia. E con senso d’elegia vediamo di concludere tutto prima di pentirci di questa nostra impresa.
Fu di domenica, una di aprile, che all’Hotel Preston-Bigoli (ma Bigolì – in quanto filiale italiana della centrale anglofrancese, con azionisti di maggioranza francesi, di terza generazione italiana, e di regola sarebbe stato comunque Bigoli, ma la vada per Bigolì, che non scoppi una qualche guerra dei nervi!) ebbe luogo la sfilata.
Avevano noleggiato, quelli degli Istituti, pure un impianto voce, scritturato un autocertificato radiocronista che introduceva i concorrenti in passerella (foderata di uno straccio vellutato azzurro, che uno si aspetta lo scontato porpora profondo), una madrina che null’altri era che la Renata (anche con questi extra si pagava gli studi, veniamo ora a scoprire), stavolta mezza svestita, la quale, come sfiorandoli, accompagnava i freaketoni per pochi passi, poi li abbandonava a sé – e vorremmo vedere – per il sereno giudizio della giuria (ghettisti e zoisisti di levatura accademica), e infine per mano stavolta (chi ce l’aveva, s’intende; che se mancava, anche zampa; che se anche questa c’era minga, dove pigliava pigliava; e se proprio proprio il caso era eclatante, un delicato calcio all’informità e rotolo in quinta).
Ma Renata dovette darsi per vinta all’apparire, pronto all’avventura, emerso dalla quinta mentre se la tirava dietro tutta ma a pezzi sciolti, cioè oggetti in genere, oggetti più precisi (ma ancora piccolini per una descrizione esatta o approssimativa), brani di sipario, corde (cavi), tavole (assi), un grappolo di faretti (chi spento, chi acceso) e forse (indistinguibile) una maestranza di retropalco (“backstage”, in siciliano) atterrita e muta, e poi altro e altro, vide, la Renata, e con ella dovette assistere il pubblico tutto a quella paurosa-maestosa ondata che risultava, all’anagrafe, Marco Allacoc, pieno di non evidente emozione, scioccamente preoccupato di inciampare e poi cadere – eventi più impossibili che improbabili per uno come lui. La passerella era di quelle senza ritorno, immaginò, specie quando udì una voce stizzita rompere l’incanto: “Sei bello ma non trasparente”.

Soltanto alla terza alba di Stonehenge, Marco Allacoc si picchiò con la testa di bestia rara la testa-fronte simbolica a causa dell’improvvisa illuminazione: un ghettiano aveva protestato con uno zoisiano che doveva avergli coperto la visuale sulla sfilante enormità nel momento climatico. Quel ghettiano, che Allacoc si era dimenticato di ringraziare, per il voto decisivo del quale aveva vinto la sua vittoria di Pirro, premiata con un’indeterminata permanenza fra i suoi più consoni parenti, quei misteri della Natura mista Storia che con la loro impassibilità silenziosa forse intendevano comunicargli un sentimento d’invidia non tanto perché egli li avanzasse sulla scala evolutiva minerale dato il possesso di braccio-testolina, ma per via di quel naso, quegli occhiali e cappello, per non dire del respiro pesante che risuonava sopra i venti tormento postromantico di monoliti, triliti, quel che fossero 4. Quelle minchie di dolmen, insomma, segni del suo confino definitivo.

QUI LA VERSIONE MONDATA


1 E come potevamo noi credere? La solita pappagallata, bella e buona, del Kafka, con quel suo divisare scarafaggi e bizzarrie inclassificabili (tanto non osa il Buon Libro stesso; da questi insani fantasticari si guardano con misurato senso comune finanche i giornalisti-scrittori, con tutto che il loro pane è questo, oltre che l’invenzione del termine con cui si autoqualificano), risultanti nient’altro che da delirium tremens.

2 Ovvio che anche noi abbiamo chiesto al confidente lancialibera dettagli circa le modalità di ingresso nel locale da parte del Marco e le difficoltà che – abbiamo presunto – avesse dovuto superare per farsi largo nello stesso prima di arrivare alla meta. Per la reticenza di Ido su questo punto (e a prestazione gratuita non si guarda in bocca), non possiamo dare spiegazioni – a meno di inventarle, il che non è deontologicamente ammesso nel parapagàl, che se non è una repubblica, lo è tantomeno di banane, per non dire di quelle raddrizzate con martello di gomma.

3 Sì, con costoro siamo in polemica, ma tutta costruttiva e amichevole. Le prime due categorie, invece – e non abbiamo mai detto che non fosse prevedibile –, oppongono una chiusura tutta dogmatica al dibattito delle idee.

4 Questa immagine, con quel tanto di pompa che emoziona alle lacrime gli emozionabili, compete degnamente con – quando non supera – le potenti suggestioni ideate da Thomas Hardy. Peccato che la storia di Ido Dimarzo rimane non credibile, in quanto inventata – e non cambiamo parere quando tu ci fai notare che quella di Tess e Angel non lo è di meno.

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