Parigi è sempre Parigi

Ultima teglia di burro a Parigi (Nostos)1

Il mio regno per una due cavalli

Parigi è sempre Parigi, anche a effetto notte fonda e con due cavalli guida a destra e parcheggiata in contromano. Ma forse è Parigi ad essere in contromano.

Era ormai notte fonda.
Pare che l’indimostrabile tempo (ché tale rimaneva, malgrado gli operai dell’ENTE, Ente Nazionale Tempo, avessero riparato tutte le centraline croniche, che, andate in tilt per colpa di Alexandre Dumas 2, avevano estemporaneamente provocato la perdita del tempo) si fosse trascorso assai da quella mattina in cui Red Dick e Id Dreck si erano messi per le tentacolari vie della città più bella del mondo, dove le strade profumano di tutti i tipi di pane 3, l’aria è frizzante, le frizioni delle vetture frizzano anziché grattare… Ah, Parigi è sempre Parigi, sempre, sempre!… Parigi quando sfrigola come burro in una teglia… Parigi che brucia quando la teglia è incustodita (l’ultima volta che vedi la teglia, l’ultima teglia a Parigi)… Ah, Parigi! la messa! il proverbiale valore della città rispetto alla funzione religiosa stessa!… Ah, Parigi… A Parigi, insomma, tanto stava succedendo. Un’avventura di Red Dick (e del suo vice, Id Dreck) si andava ormai consumando.
“Beh, che si fa ora?” chiese Id.
“Che domande! Si monta in macchina e si va a casa!” si stupì l’ispettore.
“Non sarebbe più comodo andare in macchina e montare a casa?” rabberciò la più bella battuta di spirito della sua vita Id Dreck.
“Ah ah ah”, rise Red Dick. “Per il fatto che a casa ci sta un comodo lettone mentre in macchina no?”
“Già, ah ah ah”, confermò Id.
“Ma non ti ricordi che noi una macchina non ce l’abbiamo, che noi un tempo partimmo in mezzo di trasporto preso a nolo o qualcosa del genere?” chiese Red Dick sveglio come uno che non dorme pegnente.
“Già, anche questo è vero!” riconobbe Id.
“Perché, cos’altro è vero?” lo stoccò Red.
“Questo in buona parte del Veneto, per esempio”, si salvò in corner indicando il cristallo di un’automobile.
“Hai ragione”, convenne Red Dick in quanto telefonato col telefono di un altro. “Ma dimmi”, cambiò discorso l’ispettore. “Tu, a casa, ce l’hai una donna, la tua donna che ti aspetta, col desinare fumante in desco, col grembiale allacciato sul didietro, con una bella gala sopra il didietro plump, appostata oltre la soglia in attesa d’eroico nosto maritale, certo non penelopeo – vedendosila segnata di cure culinarie anzi che tessili – ma modernamente mestolomunita o scopomunita; o, se in pausa di lavorii maneschi, accudente la tv sul canapé spaparazzata, con gli altri occhio e orecchio tesi al processo delle cotture, o dei lavacri meccanici dei panni o delle stoviglie che ruminano negli altrovi locali… Questa donna che si spende in duplice sacrificio: e gerente, supervisivo angelo del focolare vostro IACP, tipo, però riscattato col soldo posto a parte formicolosamente, fruttato dal sudore vostro connubile, ove la traspirazione frontale di lei alla resa dei conti vi risulta, consenzientemente, più di tuo; ma questo nulla toglientele, anzi, aggiuntandole meritorietà… una donna di quelle che consustanzia una di quelle e una di queste: del primo stampo, gioia tua esclusiva; ma inclusiva, il secondo stampo, gioia di mamma e, per estensione, tua; una donna che in tel letto ha intelletto di manovre soprannaturali, come soprapone la natura sua alla tua o alla tua l’ore soprapone e c’applica macchinazioni labiali, glottiche, non escludendo odontiche, suggendo, masticando, biascicando, rimisciandoselo tra palato e velo d’un ferino che ti rende, per lo spazio incommensurabile della piccola morte, psicolabile e immemore dell’ampiezza del campo uditivo degli inquilini superabitanti, la cui possibile acutezza del senso otorino presupponi, anzi sospetti, solo al timido principiar della resurrezione della psiche… Una donna che l’ami di quell’amore che ti trafigge il costato, una donna che come ti ci si sbattono gli occhi addosso, che sia vestita, che sia discinta, il ventre t’è informato tutto di un’alchimia lisergica, una donna che quando ritorni a casa dopo ’na iurnate uggiose, al parartisi in fronte specie guerresca col suo par de petti che paiono urlare un epitalamio, mentre che le scoppia di bocca l’invito al desco freddaturo, ecco che come te tu ci impunti previa incapacità di voler intendere causa desiderio sessuale tuo amplificatosi a disdovere, ti passa la voglia di magnare e ti ci capofiggi sopra e quella (più come una di queste che di quelle di cui super) ti gira una schiaffa di dorso, talvolta di taglio, che il muro te ne dà un’altra, sicché quel micoletto di capoccia va a finire tutto altrove rispetto a dove si situa normalmente, una donna che va fino in fondo, ovunque sia il fondo, una donna di stampo femminile di quelle che dico io, insomma? Ce l’hai, ce fai, o non ce l’hai e te ce la fai, e se non ce l’hai, me lo spieghi come fai a fartela, o come che c’hai a ciaverla?”
“No”, ammise spartanamente Id.
“E allora, che a fare vai in macchina a casa a montare a fare a casa in macchina a fare?” sembrò volerlo ferire Red Dick, con una netta aria di e da superiore. “Che poi manco ce l’hai la macchina, a meno che non te la fai, prima…”
Id Dreck fece una determinata faccia.
“Va be’”, sospirò l’ispettore Red Dick. “Avviamoci a piedi. Propongo, anzi, di andarci a fare una birra in un posticino che conosco io. Ti va?”
“Sta bene!” ricuperò buonumore Id.
“Era ammalato?” chiese sinceramente preoccupato il superiore.
“Mah, un paio di linee, niente di grave…”
“Meno che male, dunque”, disse Red Dick tirando un sospiro di sollievo cui s’impresse una traiettoria mai vista, d’un vigore a dirittura procelloso, come si fosse sparato propriamente dalle fauci di Eolo in prosopo. Ma il dio era altro che quello dei venti e delle bore: fu il volitivo Caso a spedire quel sospiro-laser dritto dritto nella serratura della portiera di un’autovettura parcheggiata nella notte già complicata, ma ora complice. Coi due favori (quello del dio e quello delle tenebre) Red Dick e Id Dreck, a quel chiudersi e riaprirsi di un narrato filmico che è la dissolvenza incrociata, si trovarono sui sedili anteriori di una, forse due cavalli, favolosa e gloriosa d’aspetto manco avesse fatto la partigiana sulle Ardenne nocchiera di resistenti.

Avrebbero voluto baciarla e poi insignirla di una qualche croce onorifica. Quando poi videro le chiavi infilate nella metallica fessa dell’avviamento, Dio solo sospetta che cosa li trattenne dal ringraziarLo.
Fece loro onore sollevarla dall’abbandono del parcheggio.


1 Da: Il mio regno per una due cavalli – Una scombuiata avventura dell’ispettore Red Dick, capitolo Il tempo e’ tirano, al proprio mulino.
Dicono di questo libro-ebook:
Il critico Carlo Boh: “Boh!…”
Il critico argentino Daniel Passerella (non parente, solo assonante, così detto per via del suo dopolavoro, consistente nel farsi camminare sopra dalle modelle, “Now darling stomp all over me!…”), dopo aver scaricato a € 0,89 la versione elettronica di questo libro per nessuno e per nessuno e aver scritto l’unica recensione della sua vita: illeggibile (titolo della recensione).
“L’unico pregio di questo libro e’ (sic) il costo! Il che e’ (sic) tutto dire..(sic, due puntini che tutto dicono)
Non sono riuscito ad andare oltre la quinta pagina… (sic, tre puntini di comprensibile sconforto)”.

Il critico Genio Pantalone critica il critico Passerella: “Ma come fa a contare le pagine di un ebook?”

2 Per capire la faccenda Dumas bisognerebbe leggere l’ebook-libro, che, tuttavia, è illeggibile.
CHE FARE?

3 Dumas, nella sua ultima sortita fortunatamente costretta al piè di pagina, si limita ad elencare: biove, biovette, sbiove, bambole, bighette e frizzette, baghette e fihette, barchette e puniette, micchette e rosette, filoni e filoncelli, cornette e pancarrette, muffini e punpini, chifeletti e oncelli coll’olio, panbuffetti e sfrociachetti, montasù e smorzagiù, mantovane e riloghe, cordoni e nappette, condomelli e goldoncini, sfrizzarelli e pallinelli, segalini e ditolini (all’olio e non), micconi e friselloni (al glutine, al sesamo, alle olive e alle olive-finocchio minuzzolo), ciabattine e pan frattau, pane nero o pane nero o panené, balconcini e pesciolini, infarinate degli uberti colli (toscane), treccette e priscole, pici labri o grandi labri (carsolini), glandi glabri, candelabri (umbri), sémel in ano (sardi), licètt in sanire (lodigiano), piadine e piàdine, pòdena di modena, pan inferigno e pan vecciato (ancora Toscana, ma più verso…), nocciolati e moglitozze (rispettivamente langhe e agropontino), agropompino (variante acetosa simil-burrina del n° 10), spaccatella (tarantino), spaccatéla (verso Imperia), spàccatela (secondo variante regionale, per così dire, ma con sub-varianti, anche), spaccaméla (udinese), pan col kümmel, azzimatelle e tigelle, assettatuzze (solo di semola aretina), zènzero, vìzero e vìnzero (triplo 000, naturalm.).

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