L’uomo che affrontava le catastrofi con un sorriso

(Se la notte non è un’opinione)

L’uomo che affrontava le catastrofi con un sorris

Il podestà-daimyo Ta-mei Frenzō, su quantomai appropriato sfondo viola, fa intendere a gialle lettere che il clan Daspo non è (molto) più grande delle sue paure e dei suoi rancori.

La vicenda dell’uomo che affrontava le catastrofi con un sorriso ebbe inizio allorché egli, una volta nato e trascorso per un’infanzia igienicamente perfetta, concorse per due posti di podestà messi a bando da un antico Comune, dove l’aere era tosco e le cui genti, respirandone e aspirandone, parlavano una lingua variante a quella che, ai suoi stessi tempi, l’Allagheri di Bellincione e Bella ebbe l’immodesta pretesa di lustrare. Ne fu punito, soffrendo una catastrofe che affrontò sorridendo o piangendo punto.

Condensando illegalmente fra esordio ed esposizione (quasi a dire: fra il capo e il collo): sette secoli grosso modo (fra cui lo sciocchissimo XVII) navigati sotto i ponti gettati tra banco e banco ad agevolare l’ansioso itinerario terrestre dell’erratico vuoto, la Lingua quasi immutata e il vuoto non tendendo a colmarsi, riabilitato un bel mucchio di toschi rubelli che ebbero i papi, tutto parendo, insomma, nel Paese immaginato volgere alla rotta compresa fra quella di Laputa e l’altra di Caporetto, l’approdo fu viceversa all’evento più notevole registrato in tutta questa lunga longa (si provi a esperirla in prima persona! e poi ci si saprà dire), per massima parte inutile spanna di tempo: il Bandito Concorso a capigoverno locale.
I posti (ci ripetiamo) erano due. (Ah, perché chiedilo a nonno! – per modo di dire). L’uomo, affrontandolo con un sorriso e con un canarino suggeritore, si avvantaggiò d’uno.

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Illustrazioni di Stefano Baratti

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