Che cosa non seppe il Cavallo del piccolo romanzo fiume Novantuno

(E che Giorgio Manganelli verosimilmente intuì)

Che cosa non seppe il Cavallo del piccolo romanzo fiume Novantuno

G. Manganelli, Centuria

In posa per il piano americano, il brigadiere della brigata cinofila gli disse definitivamente: “Tu sei lui”.

Zooppass, in quanto fresco cane poliziotto, in quanto fresco cane poliziotto d’acqua in bocca, ma soprattutto in quanto cane, non emise alcun commento.
Quelli che narrano, narrano che fosse già stato cavallo in una vita precedente – non da tiro, beninteso: cavallo da corsa sciolto, sventuratamente in un’epoca in cui non si scommetteva sui cavalli, ma sull’eventualità che presto o tardi nascesse la figura del fantino. Quando sul volto sfaccettato della terra fece la sua (e di chi altri sennò?) comparsa il primo fantino, Zooppass il nostro aveva già lasciato quella vita precedente, per occuparne una successiva – pur sempre precedente ad altre che se ne stavano in fila agli sportelli della metempsicosi.
Quelli che in questa delicata scienza sanno il fatto loro (non meno di quanto sappiano quello della trasmigrazione animale), sovente non sanno il fatto altrui, diversamente sarebbero esplosi di meraviglia – nella brandellosa ricaduta divenendo molecole integrative della fede – nell’apprendere, dalle certe fonti che loro hanno, come Zooppass nella vita replicata fosse ancora una volta cavallo. Il che cesserebbe il dire consolatorio che le vite sono belle perché varie.
Cavallo di specie, senza specializzazione, né carne né pesce, tuttavia cavallo di cavallinità comprovata (dai bimbi elementari che ne’ loro disegni rappresentandolo, lo rendono indiscutibile col dargli un’altezza che in quei paesaggi comparativi sovrasta altri quadrupedi eretti e non eretti radamente alloggiati in prati tirati a strie verdi dove, più che sbucare, “stanno” vegetali [tipo il fiore per lui parla il gambo e tipo l’albero per lui parla il tronco, marron] che, a non sempre rispettosa proporzione dei primi praticoli, dal basso offrono umile rallegrante ornatura a una casa che ben mette in guardia il cielo dal profanare il vuoto, spaventevole bianco confine, fra il sopra celeste e il sotto detto, stabilito dalla sezione immacolata del foglio, il niente di nessuno dove sei certo di una cosa sola, questo sì: che il cavallo è quello che contende al fumo del comignolo la tensione al cielo, e gli altri sono quelli che la contendono al cavallo), bisognoso di prove e occasioni mai avute, cavallo di destino interinale. Di fronte a questo genere di cavallo, anche se non hai mai aspirato a diventare padrone di un cavallo, vedrai che lo diventi.
Tale librarolo inglese senza urgenza di nominazione personale, se non quella – specificazione – che al paese suo la scienza quella sopra lo avrebbe fatto bookmaker nell’addavenire, trovandolo vagabondo in da qualche parte molto squallida come si conviene a esseri interinali, e avendo un carattere contraddittorio che gli ingiungeva di detestare le cose che amava come il veglio Salamano, avendolo prima, a quel carcassato nomade, preso a busse e poi foraggiato, di nuovo motteggiato e poi carezzato e insollucherato, e poi notando nelle reazioni che gli scomponevano il muso come, disserrando la fauce scardinata, quel campione di cavallo tenesse una lingua assai straordinaria, ecco che lui gli diventa padrone.
Senza intenti assassini e successivamente glottosalmistratori.
Zooppass entrò a bottega da quel bibliofilo con l’incarico di correttore di bozzi qualora se ne presentassero sulle copertine di cuoio a processo di tomificazione completato. La sua lingua ruspida ripassava la superficie delle coperte, finché queste risultavano lisce come Dio comandava. E Dio erano tempi, quelli, che comandava.
Gli toccarono altre vite, anche sotto diversa specie, anche fortunate. Finché pervenne a questa.
(…)

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© 2001-2014 Mauro Pascolat


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