Che cosa vide l’Uomo del piccolo romanzo fiume Ottanta

(E che Giorgio Manganelli verosimilmente non vide)

Che cosa vide l’Uomo del piccolo romanzo fiume Ottanta
G. Manganelli, Centuria

… nella forma di un gran controattribuito, [vide] uno di quei pensatori… come dire… un filosofo d’istinto!, eccoli lì, che incocci ’a’ voglia nella vita; che anzi la vita restituirebbe se stessa al big bang pur di non annoverarli fra le sue creature… Uno di quei delinquentelli non perseguibili, ma rognosi, calunniosi – in primis di se medesimi –, callosi del loro rabbioso vizio di far frullare la lingua, i quali ramingano tuonando cannonate di paraponzeria per le strade del mondo, indugiando di tempo in tempo in cerca di prede, specialmente nei granitici scenari delle stazioni ferroviarie – le loro naturali, neutrali stoà – dove si accomodano, i primati, qua e là, su panchine, su scalinate, o appoggiandosi ai muri, nell’aspettativa del trascorrere del tempo… ed ecco che, senza previa dichiarazione di battaglia, arrivano, si posizionano, paiono studiare uno schieramento, in singola pazzoide fila profondità uno, ossia se stessi solitari, con quell’aria imbriaca e anchenò, ma vicina ad esserlo, esemplari – ma non è razzismo, questo, semmai revisionismo lombrosiano – microfrenici, loro e le loro caratteristiche, per e con la quale dotazione fisiognomica ti si pianta davanti uno d’essi e ti astrologa e piposofa dei suoi non ancora smaltiti scazzi quotidiani, colpevole la moglie solitamente salopetta definita che non ci dà bada a lui, se non per spronarlo, sto zombio de fame, già di mattina a buon’ora, dopo una notte di improperi e sgraffi, ad andarsene a girare il pollice da qualche parte, a guadagnarsi, insomma, i pretesi diritti (con tutto il degrado che essi comportano) che lui avanzerebbe, di paterfamilias, primo fra tutti – come egli dichiara, con la più alta convinzione delle terre emerse, finanche dell’Everest – che lei, questo cacabuccio di donnetta, lo gratificasse una volta, una sola volta, dico, della cosiddetta; fatto sta che tu, presempio, mentre che te ne sei al bar ferroviario, vai a infrangerti contro questa autocertificata vittima, pecoreggiante, delle magagne matrimoniali le più disperate: tu, proprio tu, ma guarda tu! Con quel fiato che ti odora di fango muffo: e andiamo, fai la coppetta con la manina pelle liscia-liscia: annusa! Che ne dici, uh? senso, ne? Va’, corri in cesso di stazione, datti risciacquata in bocca senza il tramite, fra i labbri e il rubinetto, della mano-acquedotto; fra tanto, l’occhio si appaga dello spettacolo, osservabile appena obliquamente sopra a dx, su muro tazebao, di accorati appelli d’amor che alcun perdona, d’altamiresca arte murale: neopuntinismo manure, opera acrobatica d’un uomo-mosca; neofauvismo ordure, opera digitale e insieme gesto sacrificale estremo di sensibile-alla-carta; e dàgli, tu, svelto!, di stomaco, ché almeno una valida giustificazione tu l’avrai, ben-bon, per l’alito che sgradevolmente s’effonde.

Ma adesso: si fa café olé e crossante croiccant?

Come ti risollevi dallo sforzo, lui ti è dietro, con l’epa croia che rimostra dalla scamiciatura, con la protestante braca sbrecciata poco sopra il cavallo che tuttavia testimonia l’uso della mutanda, suffragato dall’alone paglierino facilmente intravisto. E chissà da quanto, a quell’ora, già verbalizzava incontenibile, incontentabile, esso, nella generale noncagance del nomade popolo di toeletta, accosto accosto quasi tu gli avessi dato l’appuntamento sull’onda dell’ebrezza del Primo Amor (che la mattina seguente al suo fiorire, pur recandoti al risveglio farfalle, colombe e campane, t’opprime alla nuca e ti rompe il cuor), e altro non stesse ad aspettare che la prima limonata, quella che di regola ti lascia la bocca altrui in bocca, quella, sarebbe a dire, che te ne vorresti ancora, d’un lato, ma da quell’altro tu ti sembri un cannibale, cioè credi d’avergliela mangiata la lingua al/alla partner (merita fare una riflessione: presente? che ci stavano, negli anni sessanta/settanta, quei pinguini o ghiaccioli o calippi comunque gelati allo stecco, di forma, dico, sexy, e l’anima analoga ad un midollume gelatinoso, prodotto pianificato e confezionato a bella posta, da istituire nell’iniziando – prime campagne reclamistiche erotocentriche – la scabrosa convinzione d’una sorta di autosufficienza garantita dalla forte quanto sottile suggestione del bacio alla franzosa; essendo già in discorso, si potrebbe, del pari, riferirsi agli occhiali a raggi X, pensati per violare ogni limite di privatezza e dunque vedere il nudo sotto il vestiario – delle donne, specialmente; e continuando non si completerebbe mai, forse, l’elenco dei mille schemi riservatici dai pragmatici surrogatori di altrimenti impossibili educazioni sentimentali).

Quasi tu gli avessi dato un appuntamento. Con la sua bocca di fuoco odor di stock, spalancata sul muso tuo rubrico per i conati, eccolo lì il signore sì che se ne intende, pronto per l’espugnata: “Che ne pensa lei? Non ho forse ragione io? Che farebbe lei al posto mio? Non mi stia a dire che lei, a la femmina, almeno una volta al mese, nei rapporti e tutto quanto, lei non… Non me lo stia a dire neanche per scherzo! Ma mi dica: lei, a casa, ce l’ha una donna, la sua donna che l’aspetta, intanto che la cenetta va a freddarsi, con il grembiale magari come dire allacciato con un bel fiocco sopra due fior di chiappette come dire belle pienotte, che l’aspetta sulla soglia o giù al portone come chi magari attende l’operaio che torna tutto nero dal cantiere, questa pocahonta tutta unta e i capelli come dire come spinaci, qualche briciola di pane appiccicata qua e là, e che mazzo – si capisce – si deve essere fatta tutto il giorno, ma finalmente in pausa, magari appoggiata al manico della scopa, come una Tina Modotti appoggiata magari al piccone del comandante Carlos – oppure, sfinita, distesa sul canapé, con un occhio al tv e un’orecchia alla lavatrice che come dire gorgoglia di là… Una donna così, lei ce l’ha? Questa donna che si spende in duplice sacrificio: una donna di queste, angelo del vostro focolare, tipo, frutto dal vostro sudore coniugale, ma che alla bisogna sa come dire diventare una di quelle magari… Scommetto che lei ce l’ha?”
Si limitò a mormorare: “No, non ce l’ho”.

E l’omino girmi, accettando cavallerescamente la perdita della scommessa, voltò i tacchi, puntando sulla tabaccheria, forse per andarsi a ricaricare le batterie delle provate eliche.


© 2014 – Mauro Pascolat – Il mio regno per una due cavalli▲


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