L’inglese, una lingua affascinante: come, dove, quando, perché impararla

L’inglese, una lingua affascinante

Seconda lezione di inglese

(Così come viene presentata nel Sussidiario minimo)

Salve amici e Bentornati (Benvenuti se è la vostra prima volta o se siete Nino) alle lezioni di inglese impartite del tutto a gratis.

Oggi, 8 dicembre 2013, giornata di alta valenza religiosa e storica (finalmente vedremo se Togliatti sarà confermato o meno alla guida della sua fazione politica, nonostante le insidie poste da Pajetta [inglese americano “brillo”, ma anche Giancarlo pare non scherzasse col Barolo], da Pippo, da Orazio Cavezza e least but not last, Filo Sganga – quinto incomodo ignoto ai più), nonché compleanno di un mio amico di infanzia (“infantry”), per il quale non ho un link, e di Teri Hatcher, già Premier britannica (nota come “ledi de fero” e verosimilmente non del tutto immacolata, la Teri con una ere) e già moglie disperata di Superman (inglese: Nembo Kid).

In questa seconda lezione di lingua inglese (in inglese, “lingua inglese” si dice: “Don’t speak like you eat”) ci soffermeremo su alcuni argomenti riguardanti: la pronuncia dell’inglese (in inglese: “Speak like you eat, please”, che, come avrete già notato, è molto simile alla frase precedente, basta aggiungere “please”); la civiltà inglese (“We Are the Champions”, che si pronuncia – caso molto raro – come è scritto); le regole della buona educazione (“Rulers of Good Education”) e tanto altro ancora – dipende dalla nostra chiavetta di connessione, che mi pare sta scadendo la tariffa.

Un po’ di notizie storiche sulla lingua inglese

L’inglese è una lingua germanica che, ciononostante, non si parla in Germania, se non in qualche enclave come le basi NATO (vi spiegheremo più avanti che cosa sono queste basi, sennò andiamo fuori argomento, “out of argument”, in lingua inglese).

L’inglese, come lingua, è nato intorno ai primi anni ’60 del XX secolo (in inglese “secolo” si dice “belt” e si pronuncia “century”, con l’accento sulla “e” di Empoli, che è la città di Em), in Germania (in tedesco: Deutschland, che in inglese non è traducibile), precisamente ad Amburgo (in tedesco: Hamburg; in inglese è intraducibile. In italiano – per inciso – si dice “Homburg”, che in tedesco o in italiano, significa “L’ora dell’amore”).
La nostra attuale civiltà europea ha profonde radici in Germania: basti pensare al famoso uomo di Neanderthal, nato appunto a Neanderthal (che però al tempo era sotto l’Austria) intorno al 20 aprile 1889.

Come l’uomo di Neanderthal, anche la lingua inglese nacque in una caverna, ma ad Amburgo – che tuttavia, per essere precisi, all’epoca era sotto l’Inghilterra e, per l’esattezza, sotto la provincia di Liverpool, che in inglese o in italiano significa “buco nel fegato”… curioso, no? Mah, cosa volete… è un caso di umorismo inglese (in inglese umorismo si dice “whatssofunny”), di cui gli inglesi e i britannici in genere sono molto esperti.
Già che ci siamo, vi raccontiamo un breve aneddoto sul perché di questo buffo nome. Tanti e tanti anni fa, pur non essendo ancora uomini di Neanderthal, nell’era geologica del Cervogiatico (così chiamata perché in Inghilterra – che non si chiamava ancora Inghilterra, ma bensì non si chiamava niente – c’erano tanti cervi, a cui i Lord inglesi davano la caccia non perché avessero fame, ma perché poi appendevano la testa dei cervi nelle caverne) questi uomini rozzi ma intelligenti inventarono due bevande importanti, che ben presto soppiantarono l’acqua (una cosa ritenuta grezza e primitiva): la birra (in inglese antico “cerveza”, che si legge “beer” e si pronuncia “bir”… che strano, vero?… Eh, ne vedremo di stranezze con i nostri amici inglesi) e il whisky (sempre in inglese antico “berbon”, o “berben”, secondo una seconda variante).
Queste bevande furono per l’appunto inventate e scoperte a Liverpool, e ben presto tutti i suoi abitanti si dedicarono indefessamente alla loro assunzione, finché, un bel giorno, cominciarono a sentire dei dolorini sul fianco destro, all’altezza più o meno del fegato. Lì per lì pensavano che magari si erano affaticati troppo nella caccia al cervo; e perciò si dedicarono a cacciare la volpe (in inglese: “poor wretch”, che si pronuncia “focks”). Ma la caccia alla volpe non ebbe effetti positivi sul fisico degli inglesi di Liverpool. I quali perciò si fecero fare le analisi del sangue, venendo a scoprire di non avere più sangue e soprattutto di avere un tale buco nel fegato che al posto del fegato c’era solo un buco, in mezzo al quale, in teoria, ci doveva stare il fegato, che però non c’era.

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Lord di Liverpool durante una battuta di caccia alla volpe

Nell’arco di circa una settimana (in lingua inglese “week-end”), tutti gli abitanti di Liverpool si estinsero, tranne cinque di essi, che fuggirono nel continente (in inglese “Bleah”) e, dopo un’aspra campagna militare, si impadronirono di Amburgo. Durante un’aspra battaglia, uno di questi cinque arditi rimase purtroppo ucciso, e quindi ne rimasero 4 (in inglese: “and then there were four”, che – caso strano – si pronuncia come è scritto).
Siccome questi 4 signori (in inglese “sirs”, pronuncia “sahs”, ma senza far sentire la “h” di… di… “accademia”, ecco) non capivano il germanico tedesco, decisero di inventare una lingua piuttosto strana, e vi spieghiamo perché: innanzitutto la lingua non si chiamava inglese, ma “Shelovesyouyeahyeahyeah”, una parola molto lunga e difficile da pronunciare (ne parleremo in un’altra lezione incentrata sulle parole difficili da pronunciare, tipo “datsamorey”) e in secondo luogo non era un lingua parlata ma cantata con le rime affinché fosse più facile ricordarla. Infatti, inizialmente la lingua era solo parlata, e i tedeschi germanici sottomessi alla provincia di Liverpool, imparavano sì qualche parolina, ma la mattina dopo puntualmente si dimenticavano tutto e, anziché andare a lavorare, passavano ore davanti al piatto di salsicce e crauti (prima colazione, in inglese “are you kidding?”) grattandosi la testa in segno di sconcerto.
Poiché l’economia già cominciava a risentire di questo assenteismo e ciò avrebbe potuto comportare l’uscita dall’euro – che all’epoca non esisteva, ma, come tutti sanno, i tedeschi germanici ne sanno una più di Isacco Giacobbo – e per giunta dalla porta di servizio, uno di questi 4 “sahs”, che si chiamava Paul von Papiertney, ebbe una trovata geniale, e cioè quella della lingua cantata.

L’economia tedesca della Germania ne ebbe un giovamento immediato e tutti i lavoratori, anziché grattarsi la testa e ingozzarsi di würstel (o salsicce di Vienna, ché, di fatto, venivano importate dall’Austria), tornarono a lavorare nelle fabbriche (inglese “fabrics”), nelle fattorie (inglese “stuffs” – quasi un’onomatopea, giacché, verso le 16.05, i lavoratori in genere non ne possono più), negli uffici (in inglese “suite”, plurale “suites” – come vedremo più avanti, in inglese, per fare il plurale, basta aggiungere una “s” di scampoli, la città degli scampi; ecco un esempio: “information” – che in inglese significa “conoscenza” – plurale: “information”, che significa informazioni… un po’ complicato?… Abbiate pazienza, non scoraggiatevi… Vedrete che con un po’ di impegno, capirete la differenza fra queste due parole che sono la stessa parola), nelle occhialerie Carl Zeiss di Jena (in inglese “reservoir dog”) e in tutti i posti di lavoro (in inglese “dungeon”) in genere. Anzi. L’impulso fu tale, che furono impiantate su tutto il territorio germanico fabbriche (vi ricordate come si dice “fabbrica” in inglese? O ve lo siete già dimenticati?… ahi ahi ahi… dobbiamo cantarvelo?… Purtroppo non ci sono canzoni sulle fabbriche, a parte quella di Jannacci, che però era milanese, e noi siamo qui per imparare tutti insieme l’inglese) per la lavorazione delle salsicce autonome e fattorie (vi ricordate come si dice “fattoria” in lingua inglese? O ve lo siete già dimenticati?… ahi ahi ahi… dobbiamo cantarvelo?… E va bene:

Old MacDonald had a factory, ee i ee i oh!… ecc.

contenti? Non ve lo dimenticherete più? Promesso? Mah, staremo a vedere…), fattorie, dicevamo, per la lavorazione dei suini, in inglese “swine”, mentre “wine” significa suino. Incidentalmente, in inglese, per fare il singolare di una parola, basta togliere la “s” di rosa (togliendo prima alla rosa la “r”, la “o” e la “a” di Acropoli, la città acre) iniziale.

Alcuni esempi: “swing” = “jazz”, mentre “wing” = tanti jazz; “sister” = “sorelle”, mentre “ister”… non esister! Ah ah ci siete caduti, eh? Che volete, un po’ di umorismo inglese ogni tanto ci vuole, ci… ah ha… Comunque, scherzi a parte (“a parte” in inglese si dice quasi come in italiano, siete fortunati: “a part”, basta aggiungere la “e”, sempre di Empoli, badate bene; così, ci sono tante parole che facilitano l’apprendimento della lingua inglese, perché basta togliere la “e” della corrispondente parola italiana.
Alcuni esempi, a parte “a part”: “cane”, in inglese “can” [da cui il celebre motto degli accalappiacani britannici “Yes, I can”]; “pane”, in inglese “pan”, che però significa “tutto”. Altre parole sono addirittura uguali sia in italiano che in inglese. Un esempio: inglese “dove”, italiano “ispettore Colombo”; oppure italiano “lane”, inglese “lane”, che significa “corsia di un ospedale” (corsia di un’autostrada, viceversa, si dice “autolane”). E potremmo, se ci venisse chiesto, continuare con miliardi di esempi. Beh, certo, c’è una sfumatura di significato un po’ diversa, ma quello che a noi preme è il significante.
Bisogna poi fare attenzione ai cosiddetti “falsi amici” (in inglese semplicemente: “friends”). Molti termini della lingua inglese hanno un suono simile ad altri della lingua italiana, e perciò si corre il rischio di commettere errori imperdonabili, che poi gli inglesi vi ridono dietro per mesi e mesi (sempre a causa di quel loro senso dell’umorismo). Quindi attenzione a parole falsi-amici come:
telephone, che non significa “telefono” ma “te ne parlerò al telefono” (te le phone);

lamp, che non significa lampada, ma lampo (anche nel senso di “chiusura lampo”);

cabinet, che non significa “armadietto”, ma “io cesso”;

bell, che non significa “campana”, bensì “bello” – o “bella” (anche nel senso latino di “guerre”);

copyright, che, diversamente da quanto molti credono, non significa “diritti d’autore”, ma “copia bene!”, un’esortazione che sogliono scambiarsi gli scolari e studenti inglesi prima di un compito in classe. Ma voi, per carità, non seguite questo cattivo esempio: copywrong!, è il nostro consiglio, cioè “copiate sbagliato”, così vi bocceranno per anni e anni e non dovrete mai andare a lavorare.

fig, che molti – erroneamente – sono convinti significhi “fico” (frutto e pianta), mentre in realtà significa proprio quella cosa là.

cool, che, badate bene, in inglese non significa “fresco”, “fico” (non nel senso di frutto e pianta) ecc., ma traduce semplicemente il nostro verbo “sedere”. Una tipica frase di cortesia che fareste bene a tenere a mente è “Won’t you cool (down)?”, vale a dire “Prego, siediti (per terra)”.

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Due studenti britannici (il copiato somiglia un po’ a Severgnini, no?) in un momento di copy-right-ing-lish.

E potremmo continuare con trilioni di esempi.

D’altro canto potete andare tranquilli con parole che sembrano “falsi amici”, ma sono amici veri (in inglese “cheaters”, singolare “tarzan”). Ecco alcuni esempi (riguardanti soprattutto il mondo animale):

horse (andate tranquilli) significa “orso”, e non, come molti credono, “cavallo”;

ape (anche qui, tranquilli) in inglese (o in italiano) vuol dire “ape, vespa”, e non “scimmia” (che in inglese si dice “bee” o “wasp”, a seconda);

ostrich, fate attenzione, significa “ostrica” e non – credenza alquanto diffusa – struzzo;

cod, in inglese (o in italiano) vuole dire genericamente “coda”, altroché, come molti vorrebbero, “merluzzo”; merluzzo, in inglese, si dice “little blackbird”;

leper, va da sé, traduce l’italiano “lepre” – e a quelli che vi dicono che significa “lebbra”, mandateli a quel paese (“lebbra” in inglese si dice “the drunk woman”);

paper (ma qui siamo nel campo dello scontato [“discounted”, in inglese]) non vuol dire carta (che si dice “cart”) ma anatra;

roach significa “roccia” – e non scarafaggio, che si dice “rolling stone” (si veda anche, se non lo si è già visto, il celebre film noir The Spade in the Roach, che ha per protagonista Humphrey Bogart nella parte di Sam Spade, il celebre detective creato da Dashiell Hammett [Hammett = “marelo”]).

E potremmo continuare per anni e anni e anni, ma la spia della chiavetta ci sta avvisando che sta scadendo il tempo di connessione. Purtroppo oggi non siamo riusciti a trattare l’argomento della regole della buona educazione, ma sarà per la prossima volta (“next vault”: è lì che teniamo i nostri preziosi argomenti).
Forse abbiamo anche un po’ divagato, ma – ammettetelo – adesso ne sapete qualcosa di più sulla storia della lingua inglese. Non avreste mai immaginato che fosse così ricca di sfumature ignote ai più ma anche ai meno, dite la verità…

Continuate a mandarci le vostre letterine piene di quegli allegati di cartasì e di trojani vari (ne riceviamo a bizzeffe ogni giorno, tanto che da quando abbiamo aperto questa rubrica ci è toccato riformattare fra le 6 e 7 volte) e tornate a trovarci presto (avete messo il bookmark?), che noi saremo sempre qui, sempre a gratis, per accompagnarvi nell’affascinante viaggio nella lingua e civiltà britanniche.


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Illustrazioni di Stefano Baratti.

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