La donna che diceva “Come dice, scusi?” a tutti

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La donna che diceva “Come dice, scusi?” a tutti

La nostra Donna all’età di 25 e di 82 anni.

Tutti gli uomini – che mascalzoni! – erano attratti da una donna particolare, che potremmo definire “non esattamente repellente”, come Ciccio dalle torte che Nonna Papera suole mettere a raffreddare sul davanzale della finestra o, in altri casi, come le mosche sogliono essere attratte dalla merendina senza en, il noto medicamento finalizzato a raffreddare gli animi turbolenti. (Per inciso, sapete perché Ciccio dorme sempre – in particolare nel confortevole fienile? Perché Nonna Papera, non essendo nata ieri, tre volte accortasi [non una volta accortasi, giacché ella ha sempre bisogno di prova e controprova] dei raid di Ciccio, ha cominciato a solere arricchire gli ingredienti misteriosi della sua ricetta segreta con gocce di quel medicamento – per ottenere il quale, sia detto incidendo ancora, è necessaria e sufficiente la ricetta del medico [possibilmente con certificazione di laurea]. Poiché la sorella di Zio Paperone – detto per un terzo inciso: forse non tutti sanno che la simpatica vecchietta è sorella a quello che [e forse non tutti lo sanno – e incidiamo vieppiù!] originariamente reca il nome di Scrooge McDuck (Uncle Scrooge), che, forse molti ma non tutti sanno, deve tale nome a un personaggio frutto della fantasia di Charles Dickens, il celebre scrittore [sia specificato per quelle due-tre persone al mondo che lo ignorano] inglese (per meglio dire, britannico –… Poiché Nonna Papera… Poiché cosa? Ah, pio bove! Abbiamo perso il filo. Ma tanto il bello dei blog è che – diversamente dalle avventure di Nonna Papera, fondate sul predeterminismo storico – per fortuna sono editabili, e semmai ci ritorneremo – e, per conciso inciso, ben volentieri – su questo “poiché” abbandonato “nei meandri della Storia”, con la “S” maiuscola – ché c’è anche quella con la “s” Minuscola, vale a dire la “storia” che non segue dopo un punto o non si colloca a inizio di paragrafo – come sogliono argomentare gli storici, ossia quegli uomini che a furia di guardare indietro finiscono per pensare all’incontrario – e non lo diciamo noi, credeteci, bensì Nietzsche, con tanto di avallo di Galbany, che – come molti di voi ben sanno – vuol dire “Fiducia”, in ucraino).

Torniamo dunque a noi, ma soprattutto agli uomini – che mascalzoni! –, tutti gli uomini, a livello globale, e al motivo della disperata attrazione che li condannava a macerarsi per questa donna, che talune riviste di storia con la “S” minuscola e di Costume con la “c” – forse si noterà – Maiuscola ponevano in testa alle loro inappellabili classifiche, in cui si dà ordine alle “100 Sexiest Women in the World”.
Si diceva: tutti gli uomini – nessuno escluso – provavano un’attrazione fatalistica nei riguardi di questa donna per una ragione semplicissima: ella – a giudizio dei disperati, va da sé – risultava essere non un gran pezzo, ma tutto di quella cosa che, per l’appunto, la distingueva dagli uomini – questi mascalzoni! –, i quali le stavano sempre addosso, come un corpo di ballo di bei tomi hollywoodiani a Marilyn Monroe o a Cyd Charisse, nel presentare loro diamanti, perle, zaffiri e assegni – questo, detto in modo del tutto incidentale – nel caso in cui le esigenze di produzione richiedessero un’accelerazione dei tempi di ripresa del dato film.

La donna che diceva “Come dice, scusi?” a tutti

Il leggendario approccio di stingo di santo. Per inciso: stingo, macho secho, teneva molto alla sua “S” Minuscola, in onore non tanto dell’eroe dei P’lice pleese me, oh yeah, quanto del personaggio di un romanzo di William Styron (con la “s” maiuscola) di cui aveva letto numerose pagine

“Come dice, scusi?”

stingo si becca il primo di una lunga serie di “Come dice, scusi?

Nella più parte dei casi – per fare un esempio – uno di questi uomini (per inciso, quasi tutti timidi e complessati) si avvicinava alla donna, rimanendo impalato e interdetto per alcuni secondi, per poi prorompere in un inusitato: “Io ti amo”. Al che, la donna replicava confusa: “Come dice, scusi?

Solitamente, a quel punto, l’invaghito balbettava: “Oh niente, le chiedo scusa… Io non volevo… cioè… è che io… Io… io…”

La donna, tuttavia, mossa da una curiosità patologica, insisteva: “Come dice, scusi?
“No, niente… lasci perdere, signorina” (per inciso: nonostante la legge fosse esplicita nel deprecare, quando non proibire, l’uso del termine “signorina” in favore del più corretto “signora”, questi uomini, in spregio al primato del Diritto, non venivano mai meno a quell’indelicato vocativo).

stingo io veramente

“Ma io… bo-bo-mm-bf…”

Ma la donna, non datasi per vinta, ribadiva: “Come dice, scusi?” a sottintendere “Ma perché non vedi di andare a farti benedire in quel paese o a farviti fottere?”

la reazione della nostra eroina

“Ma perché non vedi di…” è la reazione apparentemente scomposta della nostra eroina.

e proseguiva per la propria strada. Nel proseguire, pensava “Gli è andata bene che non gli ho assestato uno schiaffo di taglio…” Ma, di solito, fatti pochi passi, si arrestava, si portava un dito alle labbra a manifestare riflessione e analisi approfondita dell’evento (come sogliono fare i filosofi: si portano un dito – di norma l’indice – ai labbri, a verificare ipotesi le più strambe e a ponderare se non sia il caso di promuoverle a tesi), dopo di che tornando su quei medesimi passi (spesso muovendo all’incontrario, come suole fare lo storico o come suole fare il calzolaio), raggiungeva l’uomo che le si era tanto goffamente dichiarato, lo afferrava per la collottola volgendolo a favore dei propri splendidi occhi e lo apostrofava: “Come dice, scusi?”
Ai farfugliamenti di “Niente… io veramente…” del perdutamente perduto, la donna d’alta classifica e classe soleva aggiungere un nuovo e più perentorio:

stingo si illude

“Forse ci siamo”, pensa saggiamente stingo.

“Come dice, scusi?” per poi invitarlo immantinenti nel suo loft – ché, detto per inciso – costei viveva in un attico super con vista super una delle più belle città del mondo – e mai vi diremo di che città si trattava, benché sia evidente di quale Paese si tratti.

Una volta nell’attico o loft, la donna estraeva dal frigidèr una bottiglia di vino rosso o bianco – dipendeva dall’ora – e se ne versava una modica quantità (ma per più volte, sarebbe risultato in seguito) in un bicchiere – da vino, proprio, con tutti i crismi –, soggiungendo: “Vado a farmi una docciua con l’acciua”.

un goccetto di vino a nel loft

Che c’è di meglio prima di una docciua?

Nel frattempo, l’uomo soleva svenire, non prima di aver mutamente esultato, rinvenendo in tempo per udire lo scrosciuo dell’acciua della docciua e fantasticando chissà quali pazze reverìe.

in due sul divano

Purtoppo non possiamo mostrarvy dettagly ben più piccanty di questa couch story.

Evitando l’inciso, diremo che l’uomo – il più delle volte – aveva una faccia tipo Sting e fisico matching macho non esagerato, però. La donna, uscita dalla docciua con la chioma appropriatamente bagnata e indossando un comodo e molto sagging pullover di Armani e leggings di McQueen (non Steve, ché mica lei era la Ali) ma entrambi suoi, sorseggiava il vino umettandosi i labbri negli intervalli di sorseggiamento. (Per inciso che supplisce a una nostra negligenza narrativa: prima del lavacro, la donna soleva lasciare lo stingo di santo in compagnia di una bottiglia di vino californiano 1 invitandolo a “servirsi pure”).

Per i due estranei, a quel punto, cominciava il processo di de-estraneizzazione, per lo più iniziativa della donna, che poneva cento languide domande al suo ospite – questioni a volte pertinenti e altre meno, rimanendo in assente ascolto delle risposte che o chiosava con osservazioni metafisiche o con – data l’assenza – la domanda: “Come dice, scusi?”

Al calar delle ombre e al crepitar di un improbabile fuoco in un improbabile caminetto e di un cd (o meglio ancora, vinile, che – pare – sia più durevole e comunque oggi trende [proprio perché crepita, così dicono], ma se ti cade per terra si sdentella, quantomeno – a me, personalmente, è capitato con… ma ne riparleremo) di jazz for dummies – il più delle volte Pat Metheny – o di rock for dumbs: immaginate guaiti Coldplay –, la coppia si scaraventava
sul divano esotico, Lei sbranandogli il casual di sopra e quello di sotto – a rivelare rispettivamente petto depilato e boxer diesel ma suo (la mutanda, l’occhiale, la scarpa, ecc., impone oggi l’idioletto modistico nel suo contributo alla lotta agli sprechi nel Mondo) – e Lui non osando sganciarle l’indumento che, nascondendo, lo hornizzava massimamente. Non vale la pena soffermarsi su quanto accadeva tra le due dissolvenze (che a questo serve la dissolvenza, no?… Vale forse la pena riportare una topica della donna, quando, più ebbra che no, poneva la sua epigrafe all’atto venturo: “Non perdiamo tempo, facciamo l’amore, dài [pausa sospirante per il climax]… ché l’amore, non esistendo, dobbiamo farlo” – d’altro canto lei, come vedremo – forse – più avanti, mica per niente era, nonostante la tenera età, avvocato in una nota firma tipo -Berg&-Stein, o qualcosa del genere, nel ramo penalista-esistenzialista).

Non perdiamo tempo, facciamo l’amore, dài

“La dissolvenza è tutto”, soleva dire Napoleone prima di ogni Bataille e di ogni Deleuze.

Ma sul letto inondato dalla luce della prima alba essi giacevano nel sonno dei giusti, verosimilmente ignudi, protetti dal solo ninzuolo bianco, fosse, di fuori, la temperatura anche venti gradi centigradi al di sotto dello zero 2.

un goccetto in ditta

Un grappino doppio e un bel “Come dice, scusi?” alla -Berg&-Stein in divisa d’ordinanza.

Primo al risveglio, l’uomo rimirava la donna come la mamma il neonato. Dando ella segni di ritorno alla veglia, lui le sfiorava i labbri, che, disserrati, liberavano quell’alitino che si sa (aggravato dai fermenti vinosi)… Ma lui, con l’olfatto compromesso da ben altri fermenti irrisolti, quelli dell’innamoramento, mica ci dava peso. Le sussurrava, con frasi lievi, il consistere del suo sentimento.
Finalmente la donna, tutta presente a sé, o quasi – loro, là, dicono hangover, laddove noi, spreconi, ci ricamiamo un racconto breve – soleva sguardarlo di uno sguardo cisposo, per poi scattare seduta (l’orlo del ninzuolo su al dove si confà), come a tenere la distanza dai sussurri, e sbottando: “Come dice, scusi?” e “Ma chi [diavolo – nel migliore dei casi] è lei?” e “Che cosa ci fa nel mio letto?” “Se ne vada immediatamente o chiamo la polizia”, nonché “OMG… devo aver bevuto troppo ieri sera”. Sì, in effetti lo doveva avere.
Lo stingo – stando attonito quanto e più della terra al nunzio dell’improvvisa dipartita di Napoleone – era incapace di muoversi (immobile, siccome), attitudine che non migliorava la situazione. Biascicava: “Ma io… tu… noi… ”
“Come dice, scusi?”
Facendo ella l’atto di digitare il 911, lui, schioppatagli intorno la bolla dell’amore in cui era prigioniero, levava le gambe, e boxer alla mano, spendagliante tutto, prendeva la porta (figuratamente, s’intende) e la via delle scale, trovandosi subitaneamente in strada discinto tutto, per essere di norma fermato dal poliziotto e in quelle condizioni tradotto alla centrale per i soliti, scontati, noiosi accertamenti.
Fatta la prima docciua quotidiana e una leggera colazione a base di zukini e prezzemolo, lavati da una tazzona di sostanza liofilizzata (“ma con molto, molto tsùcchero!”), la donna (imprecando sotto voce “OMG, OMG, OMG…”) chiamava “taxi!” e raggiungeva il tribunale, senza passare per la firma, dove l’attendeva la pagnotta.

in fretta al tribunale a guadagnarsi la pagnotta
Ella, sì e no 25enne, era – l’abbiamo detto, no? – uno dei più valenti attorno alle legge della città e forse dello Stato (non azzardiamo ipotesi a livello nazionale). Otteneva risultati strepitosi in casi apparentemente impossibili. Nei ritagli di tempo, per diletto, aveva risolto al computer – scriveva con dieci dita, senza guardare la tastiera, senza degnare di un’occhiata il monitor, sorbendo calici di vino servendosi unicamente delle belle labbra e dei denti perfetti – numerosi casi irrisolti e irrisolvibili, fra cui il caso Lindbergh, quello Sacco e Vanzetti (per i quali aveva naturalmente ottenuto il proscioglimento), aveva difeso con successo John Wilkes Booth, aveva fatto scagionare Jack Ruby e Lee Oswald (scongiurando in tal modo ben due assassinii), aveva appurato che la Dalia Nera era un’invenzione di James Ellroy – anche se ora era alle prese con un caso virtuale che si presentava un vero osso duro, un intrigo internazionale in piena regola, nel quale era coinvolto per un’infinità di reati un personaggio di spicco della politica di un celebre Stato dove la lingua più parlata era l’italiano. Ma non disperava né demordeva: all’età di 7 anni aveva risolto persino il caso di Topolino e il Piranka Kuka Baruka.

scriveva con dieci dita

Solo 7 anni, e già risolveva complotti da capogiro.

La donna era una tigre in corte: guardava il cliente imputato con occhi teneri ma alla sbarra era spietata con i testimoni a carico. Per il criminale che si metteva nelle di lei vellutate mani, il processo era una barzelletta. Una formalità.
La sua strategia era elementare e consisteva nel porre una raffica di domande al testimone, alle quali replicava: “Come dice, scusi?”
Quando il poveraccio ripeteva, ella, la linea rigida fra le mani: “Come dice, scusi?”
A quel punto era necessario l’intervento del Vostro Onore, che mediava in favore della giovane avvocata la risposta del deponente.
“Come dice, scusi?” ribatteva l’inflessibile. Manco un “Vostro Onore” buttava alle ortiche.
Cosicché al/alla giudice, ai 12 giurati e all’aula tutta sfibrati da mesi di “Come dice, scusi?” non rimaneva che cedere le armi. E vittoria era!
All’uscita dal palazzo di giustizia, la stampa – forcaiola e garantista, che in questo caso era concorde nel rilevare qualche vizio di forma (e di sostanza) – attorniava vanamente l’attorney subissandola di domande.

La donna avvocato interroga testimone

La distruzione di un testimone a carico

“Come dice, scusi?”
“Come dice, scusi?”
Invitata a prestigiosi tolc sciò, alle lunghe, complesse e articolate questioni poste dagli uomini e dalle donne d’ancora, ella – verrebbe quasi da dire sfacciatamente – non aveva da opporre che un filosofico “Come dice, scusi?”
In quello Stato i tori, numericamente e simbolicamente parlando, erano quelli e quello che erano, ma non ce n’era uno che non fosse decapitato.
E, come suole, arrivava la sera.
La donna si avviava verso casa canticchiando “Just a perfect day, la-la-la-la-lalalà…” tra la folla di milioni di potenziali corteggiatori.
Com’è ovvio, veniva continuamente avvicinata dallo stingo di turno.
E il rituale si ripeteva. Uguale a quello che abbiamo descritto.
Il Tempo, che si era stancato di ammonirla, non era tuttavia scemo.

Il futuro marito non si scuserà manco morto

Gus Guns mentre pronunzia la sua fatidica dichiarazione di intenti.

Quando la donna invecchiò – non prima di essersi sposata con un ex carcerato e suo assistito, Gus Guns, che alla di lei domanda “Come dice, scusi?” aveva risposto “Io non dico e nella fattispecie mi scuso ancora meno” (per l’intera durata della loro unione non si parlarono e non si scusarono, anche perché, non  parlandosi, non avevano nulla di cui scusarsi) e soprattutto essere guarita da un numero incalcolabile di VD e aver avuto due figli, fra femmina e maschio, uno dei quali le diede un nipotino che fu chiamato Ciccio – soleva preparare delle torte squisite, come suole fare Bree Van De Kamp, anch’ella mezza alcolizzata e nota manizer, attività che aveva su di lei un effetto tranquillizzante rispetto all’ossessione della morte (ossessione infondata, in quanto, come forse pressoché tutti sanno, la torta rende immortale colei [ma non colui] che la crea [e non lo diciamo noi, ma Platone e Walt Disney]: come spiegare, altrimenti, l’eternità di Nonna Papera?) e rispetto a tutte le furie su cui la mandavano le incessanti, continue, maniacali incursioni del nipotino tortadipendente finalizzate a impossessarsi delle leccornie e delle leccornìe partorite dalla nonna.

stingo, in braghe di tela

stingo, in braghe di tela, standing on the corner, senza nemmeno suitcase in his hand, guarda la vita passargli accanto (come accadde una volta a De Gregori).

A questo punto (siamo ormai al momento dei saluti – come suole dire una ben nota telegiornalista vincitrice di svariati campionati di telegiornaliste indetti da un delizioso sito internet che, pur avendo in teoria molte cose da fare, preferisce dedicarsi anima e corpo a questa commendevole iniziativa), non è da escludere che molti di voi (ma possiamo darvi del tu, pur sapendo che siete in milioni a leggere questa favola?…No? D’accordo, sarà per un’altra volta…) abbiano congetturato che il nome di questa donna fosse Nonna Papera. Fuocherello…

Ciccio – che mascalzone!

Ciccio – che mascalzone! – colto in flagrante da Nonna Papera in persona e dagli ospiti del loft tutti con la torta ormai mutilata.


Note

1 Abbiamo notato – detto in uno stramaledetto inciso a scopo divulgativo – come abbia preso piede, nelle produzioni filmiche e telefilmiche statunitensi, l’uso e l’abuso, da parte soprattutto del sesso quello gentile, di vini d’ogni colore, consumati a ogni ora del giorno tramite quei bicchieri appositi da vino. A nostro modesto parere, la costumanza surroga il vuoto lasciato dalla tragica – in particolare per le compagnie del tabacco – scomparsa dei messaggi subliminali non occulti di cui si facevano un tempo latori i fumatori di Hollywood, l’antonomastico Humphrey Bogart in testa. Sarà paranoia, ma potremmo ipotizzare (e, in un secondo tempo, magari tesizzare) che dietro l’abitudine alcolica – un’evidenza che si tenta di passare in secondo piano (con il paradossale effetto del risalto) mostrando le bevitrici in incessante affaccendarsi nel taglio di quintali di zucchine (americano: zukini, sia sing. che plur.) e nel trituramento a dir poco compulsivo di interminabili mazzi di prezzemolo; e aggiungiamo che lo spettro delle verdure è di vastità imbarazzante – si celino interessi vignaiuoli di non misero conto. Non abbiamo ancora le prove che i produttori vinicoli siano eredi-parenti mica tanto alla lontana dei vari Morris, e che la loro attività sia il risultato di una riconversione industriale.

2 È una nota, questa: non ce la si meni con la storia dell’inciso. Dunque: come si possa continuare a dormire (e  a poltrire) per ore e ore e ore senza persiane, tapparelle, quantomeno veneziane o analoghi tegumenti al nudo vetro della finestra, è poco spiegabile. Come, inoltre, il fatto in Italia non sia ancora riuscito a imporre (oltre alla scarpa, l’occhiale, la mutanda, la braca, ecc.) in certe appetitose piazze estere il civile uso di taluni utili infissi, resta anche questo un mistero tale da farti venir voglia di scriverlo con la ipsilon – mystero, insomma. Desta altresì stupore come – sempre in consimili piazze – non vi sia verso di rendere diffuso il caffè non finto e soprattutto la moka, in luogo, rispettivamente, di sostanze liofilizzate e riscaldini di vetro. (Materiale pirofilo, d’accordo, ma non è questo il punto).


QUI LA VERSIONE MONDATA E DUREVOLE

CORRELATI: L’uomo che diceva “chapeau!” a tutti

2 commenti su “La donna che diceva “Come dice, scusi?” a tutti

  1. 1. come non ricordare Sue Ellen, sempre con quel bicchiere di uischi in mano e con quello sguardo da ninfomane?
    (diavolo d’un EEvil, quando sono loggato questa pagina diventa pesantissima)