Scrivere come e meglio di Ernest Hemingway (e di meno)

Siodmak l’anti-Hemingway e la Flash Fiction

Scrivere come e meglio di Ernest Hemingway (e di meno)

William Conrad e Charles McGraw illuminati dal flash fiction delle loro stesse rivoltelle nel preciso istante della lezione-lampo impartita a Hemingway.

Ernest Hemingway scrive un racconto-raccontuzzo di una paginetta, che per struttura-andazzo ricorda molto questo racconto social apparentemente incompiuto (in verità sfida alla scrittura collettiva-creativa-interattiva). Il racconto si chiama ovviamente The Killers (italiano: I gangsters).

Non riesce a terminare la storia perché, fra capo e collo, gli giunge notizia che a Barcelona esiste un bar (il Bar Celona) che espone la scritta “Ernest Hemingway non è mai stato in questo bar“. Vola in Spagna per regolare i conti con gli ingrati.
Meantime, The Killers capita in mano al regista Robert Siodmak e allo sceneggiatore Anthony Veiller.

Letto il racconto, la loro riflessione è: “O Hemingway si è bevuto il cervello cadutogli nella birra corretta bourbon (non se ne ricava nemmeno un carosello dell’ispettore Rock da sta storia) oppure si è bevuto la birra corretta cervello“. Non immaginano che si tratta di una sfida alla scrittura social-creativa ante litteram ma soprattutto al superamento della stracotta six-word story In vendita: scarpe da bambino, mai usate. Che involontariamente i due uomini di cinema raccolgono.
E danno una ragione d’essere (e non essere) allo svedese-Swede-Burt Lancaster; o meglio: non essere e poi essere. Nei modi che si sa – o che si può sapere o meno.
Ma questa faccenda non finisce qui.
doubtwater scrive un periodazzo buttato lì, alla Ernesto, che fa: “Ho il – d’accordo, non (ancora) sufficientemente ragionevole – dubbio che nemmeno nella campagna del Nord Africa si sollevasse tutto il polverone che ho sollevato e risucchiato io, stamattina”. Ernie rientra dalla Spagna imbufalito, incontra doubtwater, gli fa: “Hai scritto tu sta robazza? E non ce la fai a continuare? Da’ qua, porco d’essere!”
E continua lui. Scrive:
– “Che turno fai oggi Sandy?”
Sandy non rispose. Mise su un disco di classica.
Io la vedo così: non si può ascoltare musica, di qualsivoglia genere, durante una battaglia; non perché essa distragga il combattente, no: per lo stesso motivo per cui non si dovrebbe cantare mentre si fanno le pulizie e l’amore. Io la vedo così. A Kasserine gli alleati cantavano Lili Marlene. Anche se non posso escludere che avessero fiutato troppa benzina. Ma io la vedo così, non ci posso fare niente. – E lì si blocca.

Chiama Siodmak. Gli spiega che c’ha il blocco dello scribacchino. Siodmak vorrebbe mandarlo fungoo, ma stavolta intende prendersi una rivincita crudele. Insieme a Veiller buttano giù uno strazzo di sceneggiatura, la seguente:

Ho il – d’accordo, non (ancora) sufficientemente ragionevole – dubbio che nemmeno nella campagna del Nord Africa si sollevasse tutto il polverone che ho sollevato e risucchiato io, stamattina.
Poco fa, mentre durante una pausa nel primo atto dell’evacuazione del vacuo dedicavo metà pensiero a pensare e l’altra metà alla moka, e l’essudato fiume nella testa ricavava la sua gola-percorso, e scatenato inserto del deserto filava che chi l’arresta?, per sboccare fiume murmure con buone speranze di precipitare nell’esclamazione, mentre tutto ciò si sarebbe svolto solo in parte, insomma, avvenne invece che, in merito alla parte avvenuta, la caffettiera da quattro, mal sorvegliata, seguì il corso della natura.
Fortuna che ne udii il borboglio, sebbene in fase critica, ma non ancora catastrofica. Mi assumo la piena responsabilità del mezzo disastro, com’è mia abitudine, non scarico barili, tu non potesti udire la mia esclamazione, perché essa non ebbe mai luogo. Basta rileggere quanto sopra. Ma non voglio che questa passi per giustificazione. Checché ne dica il generale Clark, non concepisco il rischio calcolato – tanto meno nelle ore che dedico alla civilizzazione igienica del nostro tugurio.
Strategia della pulizia, tattica dell’aspirapolvere, rischio (calcolato o meno) dell’esplosione di una moka incustodita, movimento a tenaglia su una sacca di scarafaggi, attacco accerchiante contro un esercito di pulci, tagliare le linee di rifornimento alle formiche (che tagli una linea? una fetta di pane la tagli, assicura Tolstoj).

Pulizie (domenicali).
Alcuni cantano mentre le fanno. Bene, càntino. Propriamente, è un cliché.

Guerra (nel deserto).
I soldati cantavano Lili Marlene. Disperati, quando non sbronzi, o marci di effluvi di benzina. Propriamente, è un cliché. (Il generale Clark, malinconicamente, lamenta che gli alleati, a differenza degli unni, non riuscirono a “produrre una buona canzone di guerra”, aggiungendo, militarmente, che con Lili Marlene noi avremmo avuto vittoria facile se le sorti belliche si fossero decise in base ai “meriti musicali”. Conclude – banalità del malamente – con un sospetto: che la versione di Irving Berlin fosse oggettivamente migliore. Sono un signore. Lo fui sempre, fino alla fine).

Amore (domenicale).
Qualcuno di voi canta mentre lo fa? […] Sono forse sordo? No. Gli è che siete distratti dalla “strategia” e dalla “tattica”, e quando tutto è finito, in molti casi vi stringe angosciante la tenaglia del rischio (calcolato? non calcolato?) che avete appena corso. Azione di sfondamento della sacca senza (reciproca) copertura man mano che assumevate nuove posizioni: che razza di strategia è questa? Quella della ritirata strategica. Che razza di tattica avevate in mente? Ah, sensuale marcia di avvicinamento in mutande griffate e négligé. Propriamente, anche questo è un luogo (abbastanza) comune.
Tuttavia, Sandra, le cose è così che stanno e vanno.
È così che le cose sono andate.

Il salvato caffè mi sbrodola fuori dalla tazzona nel transito da retrotugurio a tugurio, causa spostamento d’aria provocato da proietto di imprecazioni esploso da quelli del piano di sopra, che probabilmente hanno effettuato una ritirata strategica più somigliante al panico da rotta. (Li senti i quattro bimbi agitarsi carichi di sospetto?). Ma adesso lascia stare, si passa lo straccio dopo più tardi. (Ora è tempo di polvere aspirare. Buzz buzz buzz per quelli di sopra: sono e fui sempre un signore, ma, come Clark, ho un compiuto senso dell’umorismo – in termini di tempistica, specie).

Provenivo dalla cucina, Sandy, con la mia tazzona da commedia di situazione che sempre urla “voglio o vorrei, impresso sulla plastica del mio corpo nudo tondeggiante, un marchio di identificazione personalizzato, o una Grande Lettera, o un cucciolo-assistente, un simbolo”.
È un’epoca, questa, di pericolosa latitanza di simboli e di exempla.
Venivo, ti dicevo – per riarmarmi della pulitrice del vacuo – dalle retrovie, dove, immagino dalla Downing Strasse, l’inconfondibile voce radiofonica di Winnie the Bulldog proponeva una bozza di negoziato in questi termini: “Blokes, si fa a freccette stasera?” E guarda, Sandy, che non era un messaggio in codice. Te lo posso assicurare. Non occorre scomodare la geekaglia di Bletchley Park. Infatti, passata una manciata di minuti, ha cominciato a litigare coi blokes perché loro non riuscivano a mettersi d’accordo sul dart club. Con lui che sputacchiava minacce-ricatti impillaccherandosi la farfallina di brandy? A quel punto ho spento la radio.
“Che turno fai oggi Sandy?”
Sandy non rispose. Mise su un disco di classica.
Io la vedo così: non si può ascoltare musica, di qualsivoglia genere, durante una battaglia; non perché essa distragga il combattente, no: per lo stesso motivo per cui non si dovrebbe cantare mentre si fanno le pulizie e l’amore. Io la vedo così. A Kasserine gli alleati cantavano Lili Marlene. Anche se non posso escludere che avessero fiutato troppa benzina. Ma io la vedo così, non ci posso fare niente.
D’altro canto nemmeno in coito ascoltare musica è permesso.
Ma adesso, invece, a capofitto nella piana lercia, col mio braccio d’artificio che tasta alla cieca, e quell’aria del Wagner, ma che dico, del Mozart, delizia di trapano per le nostre orecchie: da notare che in tale situazione s’ingrossa in me la furia del combattente: alla cieca insinuando il braccio, insinuando, strisciando pancia in giù là dove tutto è risucchiato nella boccaccia elettrodomestica, anche una moneta, un paio di bottoni, fili di stoffe perdute, e continuamente butto intorno i miei occhi pavidi, come il topo che ha da scamparla.
Ora: questa è una fase della missione. Pare che io debba trasferirmi altrove.
Si va avanti, scarpe rotte, ma si va.
Bene, ci siamo. Servente al pezzo! ’spirapolvere carico? – ’spirapolvere carico. Vai. (Buzz buzz buzz).
Ma qui a che serve l’artiglieria? Una farragine di individui in forma di idoli ostili, blocchi di pietra atomica, statue inamovibili, vedo muraglie alzarsi ovunque, sembrano proiettarsi dal sottosuolo manovrate da mani sante; miglia di filo spinato sono la loro protezione, lattine e barattoli riempiti di candelotti di dinamite, coltelli, apriscatole, ancora filo spinato; e cavi, ogni genere di schifi di plastica e di metalli, apparentemente addormentati, e c’è da muoversi cautamente: tutti questi aggeggi potrebbero essere collegati a quelli che supponi congegni di massacro. Fai una mossa sbagliata, bello, e…

Questa battaglia continua da ore, e ormai ho voglia di dire addio alle armi tra le tue braccia di infermiera.
Purtroppo c’è questo antro, apparentemente inaccessibile al mio braccio armato. Il mio modesto punto di vista, Sandra, sarebbe quello di rimandare tutto. Che ne dici?
la missione è da dichiararsi incompiuta?
(e in tutto questo, cosa c’entra doubtwater?)


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